Perché la siccità non deve prosciugare i diritti

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Il cambiamento climatico sta precipitando il Paese in una siccità che nella storia ha pochi paragoni. Dieci Regioni sono pronte a chiedere lo stato di calamità, mentre i Ministeri dell’Agricoltura e delle Infrastrutture annunciano misure straordinarie e stanziamenti multimilionari per far fronte all’emergenza. La situazione di eccezionale gravità, tuttavia, vede un deficit di 10 miliardi di metri cubi d’acqua, a causa soprattutto del calo drastico nelle precipitazioni. A subirne gli effetti è soprattutto l’Italia centrale e meridionale: per la prima volta Roma potrebbe conoscere il razionamento dell’acqua, che secondo i piani del gestore idrico, Acea Ato2, dovrebbe lasciare a secco 1,5 milioni di cittadini (a turno) per 8 ore al giorno a partire dal 28 luglio. Il tutto perché la Regione Lazio ha disposto il blocco delle captazioni dal Lago di Bracciano, sceso di oltre un metro e mezzo rispetto al livello di guardia.

Ma chiudere i rubinetti dei cittadini non sembra una soluzione proporzionata: il lago di Bracciano, infatti, contribuisce soltanto per l’8% al fabbisogno della capitale. Questo almeno, secondo quanto afferma la stessa società che gestisce l’acqua di Roma. Nessun organismo terzo, per ora, ha potuto verificare queste affermazioni. In via ipotetica, dunque, i prelievi giornalieri potrebbero anche essere maggiori.

Sullo sfondo di questa battaglia tutta politica, innescata da condizioni meteorologiche estreme, si staglia però un interrogativo più grande: come vogliamo rispondere a situazioni emergenziali che rischiano di diventare strutturali con l’aumento delle temperature globali? Di certo non si può pensare di interrompere il flusso delle fontanelle pubbliche, lasciando in sofferenza migliaia di persone senza fissa dimora (leggi di più). Se fino a qualche settimana fa, l’Italia credeva di essere al riparo dagli effetti più disastrosi del cambiamento climatico, oggi li subisce in tutta la loro portata devastante.

Gli interventi da pianificare e le strategie per realizzarli devono essere improntate alla prevenzione più che alla riparazione dei danni. Soltanto costringendo le società che gestiscono l’acqua a non trattenere i ricavi, ma ad investirli per ristrutturare le condutture fatiscenti (che oggi causano una dispersione media del 26% al nord, del 40% al centro e del 60% al sud), sarà possibile evitare la sospensione del diritto universale di accesso all’acqua. L’unico approccio in grado di tenere insieme la garanzia dei diritti e la tutela dell’ambiente è quello preventivo, precauzionale. Ma per garantirlo serve una politica forte, capace di assumersi il compito di guidare transizioni complesse. Un compito di cui oggi, a Roma come nel resto del nostro Paese, le istituzioni non sembrano intenzionate a farsi carico.

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