Rossano Pazzagli: “Vecchi e nuovi agricoltori devono allearsi per costruire il futuro”

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Rossano Pazzagli è docente di storia del territorio all’Università del Molise, dirige il Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini e la Summer School Emilio Sereni. Lo abbiamo incontrato a margine del primo giorno di Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni, che quest’anno si è aperto con un focus proprio sulla storia del paesaggio agrario, le sue evoluzioni e il ruolo di Emilio Sereni nel promuovere l’agricoltura contadina. Tuttavia, la forza della rivoluzione verde e le trasformazioni socioeconomiche che hanno investito il mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale stanno cambiando radicalmente il volto dell’Italia contadina vissuta, studiata e difesa dallo scrittore, politico e storico dell’agricoltura.

 

Com’è cambiata l’agricoltura dal dopoguerra ad oggi e perché possiamo parlare di un’Italia “in discesa”?

Ne parlava già Italo Calvino. Perché in tanti se ne sono andati dalle colline, dalle montagne, dai campi, dalla terra, scendendo verso le città, le coste, le poche pianure del Paese. Ma alla discesa fisica se ne è aggiunta una più insidiosa: quella economica, sociale e perfino morale. Si è avuto un processo di concentrazione che ha marginalizzato l’agricoltura contadina, un esodo dalla campagna verso la città, un abbandono che ha alterato il paesaggio e reso più fragili le campagne, la superficie agricola si è enormemente ridotta e l’occupazione nel settore agricolo è crollata a vantaggio del settore industriale prima e di quello dei servizi poi. Oggi, nell’orizzonte della crisi strutturale del modello di sviluppo, è venuto il tempo di riannodare i fili con la storia rurale del Paese e di riprendere la strada della campagna; non per tornare indietro, ma per andare avanti.

 

Quale dev’essere il ruolo dei nuovi agricoltori nel costruire la “risalita”?

Le campagne hanno perso voce e dignità, quindi c’è la necessità di ridargli la parola e di riscoprire l’importanza fondamentale dell’agricoltura come produttore di cibo, di ambiente, di paesaggio, di società. C’è bisogno di un’alleanza tra vecchi e nuovi agricoltori, tra chi è rimasto e chi vuole tornare. Per questo è utile la conoscenza del mondo rurale e del suo percorso storico: non uno studio erudito e distaccato, ma una conoscenza che diventi coscienza collettiva e diffusa. Anche qui sta l’importanza di una iniziativa come la Scuola della Terra. Occorrono rispetto della natura e attivazione di nuovi circuiti di scambio, che sottraggano l’agricoltura alla prepotenza del mercato globale, dalle filiere corte ai mercati contadini e, in generale, un nuovo e ritrovato rapporto tra città e campagna. Come la discesa, anche la risalita dovrà essere al tempo stesso un fatto fisico e morale, una specie di riscatto della campagna e dell’agricoltura.

 

Quali elementi del pensiero di Emilio Sereni potrebbero essere recuperati per guidare una transizione ecologica dell’agricoltura?

Emilio Sereni è stato un grande studioso dell’agricoltura, che ha saputo coniugare i risultati delle sue ricerche con l’impegno politico a favore del mondo rurale, come politico e come presidente dell’Alleanza dei Contadini (oggi Cia) esaltando i valori costituzionali della partecipazione e della rappresentanza. La sua opera costituisce anche un richiamo al valore ambientale dell’agricoltura. Tra gli elementi di attualità metterei prima di tutto il suo invito a considerare l’agricoltura una questione di tutti, non settoriale ma riguardante l’intera società. In secondo luogo l’importanza del paesaggio agrario come esito della coltivazione e come risultato straordinario dell’incontro fecondo tra uomo e natura. Ne consegue la consapevolezza del ruolo multifunzionale dell’attività agricola: un settore che produce cibo, ma anche valori culturali, organizzazione sociale e paesaggio.

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