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È l’occhio del governo sui territori più isolati, privi di servizi e afflitti da spopolamento della nostra penisola. Viaggia, osserva, incontra le persone per conoscere i loro progetti nati con lo scopo di ravvivare luoghi sempre più periferici. Filippo Tantillo, uno dei nuovi docenti coinvolti quest’anno dalla Scuola Emilio Sereni, è ricercatore territorialista, esperto di politiche del lavoro e dello sviluppo. Coordina il team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne, un gruppo di esperti che consiglia il governo sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI). Avviata nel 2012 dal Ministro per la Coesione territoriale, la SNAI ha il duplice obiettivo di “adeguare la quantità e qualità dei servizi di istruzione, salute, mobilità e di promuovere progetti di sviluppo che valorizzino il patrimonio naturale e culturale di queste aree, puntando anche su filiere produttive locali”.

 

Come rispondi a chi ti chiede che lavoro fai?

In poche parole, possiamo metterla così: mi occupo della relazione fra persone e luoghi. Per la Strategia delle aree interne vado a cercare soluzioni per combattere lo spopolamento di queste zone e coordino un gruppo di persone che ha questa missione comune.

 

Perché l’Italia ha deciso di dotarsi di una Strategia delle aree interne? 

Le aree interne sono il 60% del territorio nazionale, e ospitano il 25% della popolazione. Per valutarne meglio le necessità, la SNAI ha costruito circa 90 indicatori, in base a cui calcolare la distanza dai servizi minimi necessari per una comunità. Di qui è nata una mappa, su cui sono segnalati poli di erogazione dei servizi, cinture, zone intermedie, periferiche e ultraperiferiche. Si è notato che le aree meno servite erano anche quelle a maggiore spopolamento: le persone vanno via dai luoghi dove non trovano servizi. Si è quindi deciso di fare una politica specifica per queste zone. In questi anni la SNAI si è dedicata in via sperimentale a 4 progetti in media per regione, avviando 72 progetti pilota. Siamo letteralmente andati sui territori, sul campo, per capire quali progetti portano avanti i giovani e le persone che vogliono restare in queste zone periferiche. Il nostro compito era comprenderne le potenzialità e dare una spinta ai progetti più promettenti. In un giro di programmazione non possiamo invertire un trend secolare di spopolamento, ma possiamo porre le basi per soluzioni possibili.

 

Quali benefici può portare all’agricoltura questa Strategia?

L’agricoltura è un pezzo della SNAI, che tra i suoi obiettivi ha la ricostruzione del paesaggio, il sostegno alla tenuta del territorio e l’uso sostenibile delle risorse energetiche. Nella gran parte delle aree interne del paese l’agricoltura è ancora il settore trainante e tiene più del manifatturiero, garantisce differenziazione dei prodotti alimentari e salvaguardarla può aiutare la biodiversità. La superficie agricola utilizzata, però, per via dello spopolamento si riduce notevolmente di anno in anno. C’è poi un problema di ricambio generazionale, l’abbandono di aree un tempo coltivate e la difficoltà di accesso alla terra delle giovani generazioni. Tutti elementi di cui teniamo conto nella valutazione di progetti che possono avere bisogno di un aiuto per rilanciare il territorio.

 

Che rapporto c’è tra giovani agricoltori e aree interne? Come può evolvere?

I giovani hanno riscoperto l’importanza e il valore sociale dell’agricoltura ma hanno difficoltà ad accedere alla terra. Noi li chiamiamo “neoruralisti”: sono parenti di agricoltori o nuovi arrivati dalle città. Tra questi, gli stranieri hanno ad esempio un tasso di imprenditorialità molto più alto degli italiani, soprattutto nell’ambito commerciale. Nell’ambito agricolo vediamo diversi giovani tornare alla terra, un po’ come riserva di reddito e un po’ per una propensione auto-imprenditoriale diversa dal passato. Si tende a costruire nuove ipotesi di vita, in spazi commerciali meno competitivi e dove si può fare sperimentazione di modelli produttivi più a misura d’uomo.

 

Come incide il cambiamento climatico sulle aree interne? Quali soluzioni vanno messe in campo per costruire l’adattamento delle comunità alle mutate condizioni ambientali?

Oggi vediamo ripetersi eventi estremi e tutto ciò, unito al dissesto idrogeologico che già affligge il nostro paese, diventa deflagrante. Le aree interne non sono tutte povere. Ve ne sono anche di più ricche: nella valle agordina, ad esempio, si crea lavoro e ricchezza, ma è un territorio che diventa irraggiungibile quando piove, perché due costoni di montagna scaricano frane enormi a valle. Così le persone se ne vanno da una zona produttiva che a causa del clima rischia di diventare inabitabile. Un altro esempio è il delta del Po, dove invece vediamo una risalita del cuneo salino che impatta sull’agricoltura. Alcune costruzioni, inoltre, si trovano sotto il livello del mare e anche qui c’è il rischio che presto la zona diventi inabitabile. Altri luoghi in cui sono sempre più evidenti gli effetti del cambiamento climatico sono le isole, che scontano una crescente desertificazione, oppure alcuni tratti delle Alpi, dove la neve sciabile è risalita di 3-400 metri e intere economie riconvertite dall’agricoltura al turismo sono oggi in crisi.

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