Concetta Vazzana: “Potenziamo la ricerca per liberare l’agroecologia”

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Al sistema agricolo industriale promosso dalla cosiddetta “rivoluzione verde“, negli anni è si è andato contrapponendo il modello più sostenibile dell’agricoltura biologica. Gli agricoltori bio devono rispettare regole severe sull’utilizzo della chimica nella produzione alimentare, privilegiando alternative naturali e utilizzando tecniche di gestione dei suoli che tendano alla loro conservazione. Tuttavia, per molti gli investimenti e i tempi per arrivare a soddisfare gli standard possono rappresentare uno scoglio. In questo quadro si è progressivamente consolidato il dibattito sull’agroecologia, un concetto sotteso all’idea che si può fare agricoltura sostenibile anche senza certificazione, con tecniche che cercano di ridurre l’impatto ambientale in modo più “informale”. Si tratta di utilizzare metodi naturali per la coltivazione, ridurre l’uso di sostanze chimiche artificiali e aumentare la fertilità del suolo attraverso le rotazioni. L’agroecologia è promossa dai movimenti sociali che si battono per i diritti di un’agricoltura di piccola scala, familiare e biodiversa, caricandola di un significato politico che guarda alla giustizia sociale e ambientale nella produzione. In quest’ottica, l’agroecologia potrebbe essere intesa come alternativa al modello industriale, rafforzando le colture grazie alla loro diversificazione, anche se a scapito della resa. Al rendimento inferiore, infatti, corrisponde un livello più elevato di nutrienti nel cibo, oltre che una maggiore resilienza e capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. Per capire meglio il significato del termine “agroecologia” e indagarne potenziali evoluzioni ed effetti sulla produzione di cibo, abbiamo intervistato Concetta Vazzana, già ordinaria di Ecologia agraria all’Università di Firenze e oggi membro del Comitato scientifico della Scuola diffusa della Terra Emilio Sereni.

 

Il termine “agroecologia” è utilizzato da una vasta gamma di soggetti: dalle istituzioni internazionali ai soggetti della società civile, dal mondo scientifico e dai movimenti contadini. Ciascuno tende a declinare il termine enfatizzandone alcuni aspetti a seconda del proprio punto di vista. Qual è a suo giudizio la miglior definizione di agroecologia e il suo significato?

La definizione che ritengo più completa è la seguente: L’Agroecologia va considerata sia come scienza che come applicazione e movimento sociale. Considera l’intero sistema alimentare, dal suolo all’organizzazione della società umana. Come scienza, la priorità riguarda la ricerca attiva, gli approcci olistici e partecipatori, la transdisciplinarità . Come applicazione pratica è basata sull’uso sostenibile delle risorse rinnovabili, sulle conoscenze degli agricoltori locali, sull’uso intelligente della biodiversità per fornire servizi ecosistemici e resilienza e soluzioni che diano molteplici benefici (ambientali, economici e sociali). Come movimento, l’agroecologia difende i piccoli proprietari, gli agricoltori e le comunità rurali, la sovranità alimentare, le filiere alimentari corte e locali, la salubrità e la qualità del cibo e contribuisce a preservare le culture locali e i sistemi di conoscenza tradizionali.

 

E’ corretto sostenere che una strategia agroecologica non comprende l’utilizzo di tecniche proprie dell’agricoltura convenzionale?

L’agroecologia fa riferimento, per esempio, a discipline quali l’agronomia, che insegna l’utilizzo di tecniche comuni all’agricoltura convenzionale, anche se nella strategia agroecologica esse sono applicate con un approccio olistico e finalizzate alla sostenibilità ambientale.

 

Quale rapporto c’è tra saperi “contadini” e sapere accademico? Ritiene che si debba promuovere una maggiore cooperazione tra questi due piani per organizzare la transizione dell’agricoltura verso la piena sostenibilità?

E’ molto importante far riferimento alla cultura contadina quando si insegna una materia quale l’agroecologia e quando la si applica nella pratica della produzione agricola. Gli agricoltori sono da sempre i custodi attivi del sapere tradizionale ma anche delle risorse genetiche più antiche che sono arrivate a noi attraverso la coltivazione. Attualmente il coinvolgimento degli agricoltori è aumentato, ma penso che una loro partecipazione diretta sia indispensabile per ridefinire il modello agricolo del futuro.

 

Quali strumenti e misure devono essere messi in campo dalle istituzioni nazionali e internazionali per realizzare la conversione delle pratiche agricole convenzionali?

Innanzitutto si dovrebbe potenziare la ricerca finalizzata, mettendo a disposizione fondi nazionali ed internazionali e personale ricercatore. Inoltre, dovrebbe essere favorita la divulgazione dei risultati ottenuti ai diversi livelli sociali, in modo che anche la domanda dei consumatori possa essere rivolta ai prodotti dell’agricoltura sostenibile. La situazione a livello nazionale è molto difficile perché esistono delle forti lobby che difendono l’agricoltura convenzionale consumatrice di chimica e negano i vantaggi dell’agricoltura ecologica.

 

Quale ruolo possono giocare i giovani nel processo di transizione verso sistemi agricoli sostenibili e più resilienti? Quali politiche potrebbe mettere in campo il nostro paese per promuovere con maggior forza il loro ingresso nel settore primario?

Le nuove generazioni devono essere educate all’idea di uno sviluppo sostenibile, agricoltura inclusa, fin dai primi anni scolastici. I giovani che decideranno di tornare ai campi con una visione aggiornata delle possibilità produttive e delle tecniche compatibili con il rispetto dell’ambiente, potranno cambiare l’agricoltura recuperando i saperi e i sapori antichi, per ricostruire e proteggere il territorio e migliorare la società. Per far questo sono necessari non solo la preparazione professionale e una visione generale ampia, ma soprattutto incentivi nazionali ed europei per l’accesso alla terra dei giovani, come mutui agevolati e sostegni per l’avvio dell’attività e il commercio dei prodotti.

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