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Yusuf ha 23 anni ed è arrivato dal Ghana a Lampedusa nel 2011. “Ricordo che per molti giorni ho continuato a svegliarmi pensando di essere in mare”, ci racconta. Quando lo abbiamo incontrato e coinvolto nel progetto viveva al ghetto di Borgo Tre Titoli, vicino a Cerignola e lavorava in campagna sotto caporale. “La vita era difficile – ricorda – vivevo al freddo e guadagnavo poco”. Oggi vive insieme agli altri ragazzi in una casa vera e può coltivare non soltanto la terra, ma anche il suo hobby preferito: il calcio.


Mounir ha solo 28 anni, ma ha attraversato mezza Africa nella lunga migrazione verso il nostro paese. Partito dal Togo quattro anni fa, ha solcato Ghana, Burkina Faso, Niger, Libia e poi il Mediterraneo. “In Libia ho lavorato come muratore, ho venduto benzina e lavato automobili per pagarmi il viaggio”, ci spiega. Da Palermo è arrivato a Vicenza, lavorando poi alla raccolta dei fagioli rossi a Cuneo. Due anni fa è arrivato al ghetto di Borgo Tre Titoli: “Era come stare in prigione, alcune case hanno la luce, altre no. Per caricare il cellulare devi pagare 50 centesimi a quelli che hanno la corrente”.


Paap è uno dei “senatori” del progetto “IN CAMPO! Senza caporale”. E’ dovuto partire dal Senegal – dove studiava e lavorava come panettiere – nel 2003, arrivando con il visto in Francia. Ha vissuto a Ventimiglia e Genova prima di arrivare a Foggia e lavorare come venditore ambulante. Oggi ha 43 anni ed è mediatore culturale per lo Sportello immigrazione del Comune di Cerignola: “Ho voluto partecipare al progetto per acquisire competenze nel settore dello sfruttamento lavorativo in agricoltura – ci ha raccontato – Sono felice perché si tratta di un progetto concreto, che aiuta davvero le persone a uscire dal ghetto”.


Hussein è venuto dal Togo nel 2015, attraversando il Mediterraneo su un barcone. Dopo lo sbarco in Sicilia è stato trasferito in Umbria, vivendo in accoglienza a Perugia e Spoleto. Poi, alla fine del percorso, si è trovato come tanti altri ragazzi senza un’alternativa, arrivando al ghetto di Borgo Tre Titoli per lavorare saltuariamente in agricoltura. “Lavorare in campagna mi piace – ci spiega – ma vorrei fare il muratore”. Anche lui è un amante del calcio, ma la sua passione è una bicicletta che sfoggia con orgoglio. Gliel’ha donata da Vito, l’agricoltore che lo ha ospitato durante il tirocinio.


Ibrahim è un ragazzone senegalese di 39 anni, in Italia già dal 2007. “Sono arrivato con il visto – ripercorre – perché in Senegal lavoravo come elettricista ma non guadagnavo abbastanza. Un collega, partito prima di me, è tornato dopo cinque anni, ha comprato un’auto costosa e una casa nuova. Aveva fatto fortuna in Italia, così ho pensato che avrei potuto farcela anch’io”. Ma Ibra ha lasciato il suo paese mentre nel nostro esplodeva la crisi economica, trovando un mercato del lavoro più precario. Così ha dovuto adattarsi: “Ho fatto il venditore ambulante a Milano, Napoli e Cerignola prima di conoscere il progetto IN CAMPO!”.


Matthew, 28 anni, viene dal Ghana. Stava lavorando in Libia come muratore quando, nel 2011, è scoppiata la guerra. Così, non potendo tornare a casa, ha preso la via del mare. “Quei giorni in acqua faceva freddo, arrivavano le ondate e noi eravamo 400 persone a bordo di un barcone strapieno”. Ha vissuto a Latina e a Manduria, lavorando sempre in campagna. “Non è facile e non si guadagna bene. Più raccogli, più guadagni, sei costretto a lavorare di corsa: la volta che ho guadagnato di più sono riuscito a riempire 37 cassoni di pomodoro. Questo progetto è diverso, mi permette di lavorare ma anche di andare a scuola”.


Guebre, 33enne del Burkina Faso, è il più scanzonato di tutti, sempre pronto alla risata e allo scherzo, anche se ha trascorso tre mesi nelle carceri libiche. E’ arrivato in Italia via mare quattro anni fa, dopo essere stato scarcerato durante una notte. Arrivato qui, ha trascorso due anni nel circuito dell’accoglienza. Poi, anche lui è finito al ghetto di Borgo Tre Titoli per lavorare in agricoltura. “Un giorno non c’era lavoro e sono rimasto al ghetto – racconta – Così ho incontrato Hussein che mi ha suggerito di entrare nel progetto. Questa scelta mi ha aiutato tanto, perché oggi ho un documento ed è fondamentale. Adesso voglio prendere la patente”.


Mamadou è arrivato dal Senegal già nel 2002. Oggi ha 50 anni e un passato da venditore ambulante. “Adesso il lavoro è migliore – sospira – mi piace lavorare in campagna. Prima non capivo niente dell’agricoltura italiana, ora piano piano sto imparando. Quando avrò tutte le competenze necessarie, tornerò in Senegal per coltivare la mia terra”. La Cooperativa Altereco, dove ha svolto la formazione e il tirocinio, ha deciso di accoglierlo come socio. E questa è certamente uno dei risultati più importanti raggiunti dal progetto “IN CAMPO! Senza caporale”.

 


Abdoulaye, 30 anni, è originario del Togo, dove lavorava come muratore e aiutava la famiglia in campagna. In Italia ci è sbarcato tre anni fa, vivendo per circa un anno in un centro di accoglienza nel centro Italia. Come tanti altri, per cercare lavoro ha ascoltato i suggerimenti di alcuni connazionali, spostandosi in Puglia e finendo in uno degli hub della manodopera agricola migrante: il ghetto di Borgo Tre Titoli. Grazie al progetto “IN CAMPO! Senza caporale” ha potuto conoscere un mondo diverso, dove il rispetto della dignità umana è alla base dei rapporti interpersonali. Al futuro chiede un lavoro, qualunque esso sia, pur di continuare ad aiutare la moglie e i quattro figli rimasti in Togo.

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