Una giornata ai pratoni, dove uomini e cavalli trovano la pace

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“Ogni mattina portiamo fuori i cavalli, puliamo i paddock, cambiamo l’acqua e accompagniamo bambini e famiglie in passeggiata. Intanto Matteo prepara il pranzo per tutti”. È questa, da febbraio, la vita di Joshua e Boubou, partiti dalla Nigeria e dal Mali in cerca di futuro nel nostro paese. Per ora hanno trovato un po’ di pace e di stabilità ai Pratoni del Vivaro, un altopiano dei Colli Albani a sud-est di Roma. Qui sorge il Villaggio Equiazione, realizzato dall’omonima associazione che ospita cavalli sottratti ai maltrattamenti e allo sfruttamento, con l’obiettivo di ricostruire una relazione più autentica tra loro e le persone e promuovere attività di terapia ed educazione assistita con gli animali.

Grazie al progetto “Sesamo“, sostenuto dalla Fondazione nazionale per le comunicazioni, Terra! ha potuto coinvolgere Joshua e Boubou in un percorso di formazione e inserimento lavorativo nelle attività di Equiazione, permettendo loro di uscire da una situazione di estrema precarietà. Ora i due giovani hanno un tetto sulla testa, una retribuzione un lavoro che gli permette di vivere nella natura. Terminato il progetto, proseguiranno fino a dicembre grazie all’impegno dell’associazione di prolungare la loro esperienza ai pratoni.

“Ho già avuto a che fare con gli animali – racconta Boubou, un ragazzone timido che non ama fissarti negli occhi – In Mali la mia famiglia aveva le mucche e coltivava arachidi, mais e fagioli”. Molto spesso l’emigrazione non è una scelta, ma un obbligo. È stato così anche per Boubou, che però aveva proprio il nostro paese nei suoi sogni: “Mi piace l’Italia perché amo il calcio e fin da piccolo mi sono appassionato alle giocate di Roberto Baggio”, dice mentre si consola indossando una maglia numero 7 con il nome di Alessandro Del Piero.

Per Joshua, invece, il rapporto con gli animali è una cosa nuova, ma la sua sensibilità lo ha aiutato a prendere confidenza con loro quasi subito. “Sono venuto via dalla Nigeria perché sono nato con la pelle chiara – spiega – e nel mio paese le persone come me vengono perseguitate”. Discriminati fin dalla nascita, gli albini africani sono relegati a una vita di sguardi diffidenti, marginalità e aggressioni. Joshua è sfuggito a questo destino imbarcandosi alla volta dell’Europa, ma non pensava che avrebbe trovato anche qui tanta precarietà, lavoro agricolo sottopagato e vita di strada: “Quando partiamo siamo convinti che l’Europa sia una terra piena di opportunità, poi una volta sbarcati scopriamo che la realtà non è quella che ci raccontava la televisione”. Anche se molto riservato, Joshua ha un modo tutto speciale per dare il largo alle sue emozioni: la musica. Tastierista autodidatta, sfoggia una voce meravigliosa con cui modula melodie pop davvero coinvolgenti. Per questo ha aderito con entusiasmo all’Orchestra dei Braccianti, un progetto realizzato da Terra! che coinvolge musicisti e lavoratori agricoli di varie nazionalità, alcuni dei quali sottratti al caporalato e alla vita nei ghetti. Nella stanza che Equiazione ha riservato ai due ragazzi, non a caso, è arrivata una pianola con cui Joshua si esercita ogni giorno.

Musica, natura e un rapporto con gli altri improntato al rispetto e alla collaborazione. È il balsamo ideale per l’animo di Joshua e Boubou, messo alla prova da emozioni, sofferenze e paure che la maggior parte di noi non ha mai neppure sfiorato con l’immaginazione. Molto simili, queste sofferenze, a quelle inflitte ai quaranta cavalli che popolano l’area e vengono accuditi quotidianamente dallo staff di Equiazione.

“Alcuni di loro sono stati sfruttati per le corse clandestine, altri li abbiamo trovati investiti da un’auto, altri ancora sono stati affidati a noi prima che varcassero la soglia di qualche macello clandestino”, ci spiega Paolo, un ragazzo poco più che ventenne con uno sguardo intelligente e le idee già molto chiare. Da quando aveva cinque anni frequenta le strutture di Equiazione, con una passione che lo ha portato a diventare prima volontario e poi membro dello staff insieme a Matteo e Alberto.

“Da bambino ho preso lezioni di equitazione in un maneggio – ripercorre – Sono diventato bravo e ho cominciato a gareggiare. Ho deciso di andarmene quando mi hanno detto che per farne una professione avrei dovuto spremere gli animali fino al loro limite e poi cambiarli. Il cavallo non è una bicicletta, è un essere vivente. Proprio come le persone ha un carattere, un passato. Quello che facciamo qui è instaurare un rapporto fra pari, dove la monta è l’unico compromesso per tenere in vita la struttura. Ma comunque è qualcosa che succede dopo un percorso di avvicinamento all’animale: si può camminare insieme solo dopo essere stati accettati”.

Mentre parliamo sotto una tettoia, poco distante un operatore sociale apparecchia il tavolo del pranzo insieme a due ragazzi con disabilità che ad Equiazione stanno svolgendo un percorso di riabilitazione. “Sono migliorati molto da quando stanno qui – dice Paolo, che indossa un cappello buttero da cui sprizzano riccioli neri e una camicia di jeans in stile texano – perché la natura aiuta chiunque a trovare la pace”.

 

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