Camilla, uno sguardo oltre la grande distribuzione

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Si chiama Camilla la prima food coop italiana, nata a Bologna da un’alleanza fra il gruppo di acquisto solidale Alchemilla e contadini della rete Campi Aperti. Camilla si definisce “emporio di comunità”, e ricalca il modello di distribuzione alternativa nato negli Stati Uniti con la celebre esperienza di Park Slope. Si tratta di un “supermercato autogestito”, dove i soci partecipano alle attività di gestione e di selezione dei prodotti insieme agli agricoltori. Esperienze come Park Slope si sono diffuse in questi anni in diversi paesi, fra cui Francia e Belgio, mentre qualche mese fa l’idea ha preso corpo anche in Italia. A raccontarci questa esperienza, nell’ambito della Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, è venuto Giovanni Notarangelo, tra i fondatori di Camilla. Per l’occasione, lo abbiamo intervistato.

 

Com’è nata l’idea di Camilla e chi sono i fondatori?

L’idea è nata da una serie di persone, provenienti dal GAS Alchemilla e dall’associazione Campi Aperti. Da una prima idea di progetto, studiando i modelli esistenti di Park Slope a Brooklin e Bees a Bruxelles, siamo andati avanti presentando il progetto alla città e raccogliendo man mano sempre più persone interessate. Abbiamo quindi iniziato a lavorare in gruppi, approvando per prima cosa la carta dei principi e degli intenti, guida per lo sviluppo successivo. Dopo un anno circa di lavoro erano pronti lo statuto e il regolamento della cooperativa “Camilla – emporio di comunità” che si è costituita con 56 fondatori il 21 giugno 2018 a Bologna. I soci fondatori sono tutte persone fisiche che avevano partecipato a quella parte di percorso. Subito dopo abbiamo organizzato una raccolta di quote da soci sovventori, che con quote minime di 500 € hanno contribuito ad evitare il ricorso a finanziamenti esterni, dei quali finora siamo riusciti a fare del tutto a meno.

 

Quanti soci avete e come funziona il modello organizzativo?

Oggi siamo 485 soci. Il modello funziona sull’autogestione e la cooperazione. Ogni socio, per poter acquistare nell’emporio, deve svolgere un turno di 2 ore e 45 minuti ogni 4 settimane, speso nelle attività di pertinenza dell’emporio (vendita, accoglienza, pulizia, manutenzione). In più i soci che lo volessero, possono partecipare a gruppi di lavoro sempre attivi che si occupano dei produttori, della comunicazione e delle attività culturali, dell’amministrazione, della manutenzione di spazi e attrezzature. Ciascuno di questi gruppi ha una propria autonomia di lavoro e proposta e si coordina con lo staff (i lavoratori della cooperativa che al momento è 1, 2 da agosto) e con il consiglio di amministrazione. Svolgiamo poi con cadenza di 2-3 all’anno anche assemblee generali dei soci, durante le quali discutere degli aspetti strategici della cooperativa.
Tutti questi aspetti sono in evoluzione, frutto della composizione sociale della cooperativa. Pensiamo di essere sempre “in progress” e aperti a modifiche e integrazioni nelle cose che facciamo.

 

Chi può entrare a far parte di Camilla? E come?  

Chiunque (solo persone fisiche, non giuridiche) accetti statuto e principi di funzionamento della cooperativa, può entrare a farne parte. Si versa (anche in 5 rate) una quota di capitale sociale di 125 € (solo all’atto dell’adesione) e da quel momento si può acquistare in emporio e si entra nel meccanismo dei turni.

 

Molti pensano che in queste realtà i prezzi siano troppo alti per abbracciare fasce di popolazione meno abbienti e che richiedano un impegno che la persona comune non si può permettere a causa dei ritmi frenetici della vita quotidiana. Come rispondete a queste obiezioni?

Che stiamo sperimentando! Per ora la risposta dei soci è molto buona per la partecipazione alle attività della cooperativa. Il tema dei prezzi è molto sensibile, parte dei soci chiede prezzi più contenuti che possano aiutare a coprire tutti i bisogni. Lavoriamo perchè passo passo si possano gestire in modo sempre più completo le filiere di produzione, trovando le modalità che consentano di diminuire i costi. Nel frattempo puntiamo ad avere una varietà di prodotti e prezzi che aiutino e stiamo puntando sullo sfuso, cosa che da sola aiuta ad avere prezzi per unità di prodotto più bassi (anche del 20%) della confezione singola. Pensiamo anche sia molto importante per i nostri soci acquisire consapevolezza dei propri stili di consumo e di acquisto. Lo si fa con il tempo, lasciando pensare e sperimentare. Intanto poniamoci una domanda: “quanto il modello del supermercato dopo 20 anni condiziona le nostre abitudini di consumo?”

 

Con la grande distribuzione organizzata che in Italia soddisfa il 70 per cento degli acquisti alimentari, quale dev’essere la missione della distribuzione alternativa?

In un recente questionario (anonimo) al quale abbiamo risposto come soci, abbiamo riscontrato che una parte non minoritaria dei soci di Camilla vede nel supermercato la sua prima scelta di acquisto. Non ci stupisce: obiettivamente non siamo ancora un’alternativa a quel modello, che è radicato nelle nostre vite da 20 anni. Questo però ci dice anche che nell’adesione a Camilla c’è volontà di cambiare e di sperimentare (i soci di Camilla non sono una ristretta élite che fa scelte radicali, insomma!) e c’è il desiderio di superarlo, quel modello. C’è un periodo di transizione necessario, durante il quale la comunità di soci possa acquisire consapevolezza e fiducia in un sistema nuovo e diverso dalla certezza del modello del supermercato, indubbiamente efficiente e capace di dare risposta a tutti i bisogni. Il nostro modello è ancora imperfetto, chiede volontà e piccoli sacrifici, ma ci si vede dentro la speranza di un nuovo modo di fare la spesa, e forse anche di vita, fatto di lealtà, trasparenza, relazioni. Per un futuro diverso.

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