Massimo Angelini: “Recuperiamo il legame fra il cibo e la sua funzione più nobile”

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15 Luglio 2019

Un filosofo della terra e della parola. Così si definisce Massimo Angelini, che alle spalle ha un dottorato in Storia urbana e rurale all’Università di Perugia e diverse ricerche e scritti dedicati ai processi di formazione delle comunità locali, alla tradizione rurale, alla cultura della biodiversità. Inoltre, ha coordinato la Rete Semi Rurali e fondato il Consorzio della Quarantina, nato per promuovere l’agricoltura familiare e il recupero rurale della montagna genovese. Oggi dirige la casa editrice Pentàgora, per la quale ha scritto numerosi saggi, l’ultimo dei quali è “Ecologia della parola”. La nostra Scuola Diffusa della Terra Emilio Sereni, il percorso di formazione per i giovani agricoltori, ha ospitato Angelini per la lezione introduttiva, con l’idea di aiutare i partecipanti a spingere il loro sguardo alle radici del pensiero ecologico. Per restituire ai lettori qualche pillola di quella giornata, gli abbiamo rivolto alcune domande.

 

L’umanità non sembra, almeno per quanto riguarda la maggioranza delle persone nella società occidentale, riconoscere un nesso chiaro fra cibo ed ecologia. Perché si è perso questo legame e come possiamo farlo rivivere?

Nella percezione comune penso che il legame tra il cibo e la terra sia sempre più fragile e per tanti smarrito, forse irrimediabilmente. Poi, le persone non sanno distinguere la differenza che passa tra cibo e alimento (cibo, dal lat. capio = prendo, è cosa si prende, si assume; mentre alimento, dal lat. àlere = nutrire, è cosa nutre). Ormai pare esistano prevalentemente cibi e, solo in misura ridotta, alimenti: basta fare un giro in un supermercato. Quindi ciò che è smarrito o si sta smarrendo non è più solo il legame tra il cibo e la terra ma anche il legame tra il cibo e la sua funzione più nobile (che è quella di nutrire). Come possiamo farli rivivere questi legami? Non lo so.

 

Ritieni che si debba aggiornare il concetto di ecologia? Oggi è utilizzato per definire fenomeni che hanno a che fare con la Natura e i suoi cicli, ma la Natura ha in sé anche una “necessaria” crudeltà o spietatezza. L’essere umano però può utilizzare il suo libero arbitrio per operare scelte che si collocano “fuori” dall’inevitabilità dei cicli naturali, nel bene e nel male. Pensi che questa capacità, se orientata dalla compassione, possa contribuire a riscrivere il concetto di ecologia? E quello di cibo?

Ecologia ci parla del mondo come di una casa, la nostra casa – la nostra casa comune, ha scritto papa Francesco -, limitare l’uso della parola all’ambiente è restrittivo. Penso che la parola potrebbe utilmente essere usata per definire la correttezza di qualunque relazione agita in forma non dissipatoria, non distorsiva, non degradante. In questo senso, trovo lecito parlare non solo di ecologia ambientale, ma anche di ecologia delle relazioni, della parola, legando il termine alla nozione di bene comune (lo è l’ambiente, come lo sono le relazioni e le parole…). Ricordiamo che i beni comuni sono aperti a chi – nell’incontro di un luogo, di un tempo e di una comunità – può accedere a essi e disporne. Con un solo duplice limite. L’accesso ai beni comuni non può escludere o compromettere la possibilità di accesso di chiunque altro ne abbia diritto; in secondo luogo (ma è una conseguenza del primo punto) l’accesso ai beni comuni deve essere rigenerativo e non può provocarne l’erosione. Un esempio: il taglio annuale della legna nel bosco comune non deve mai oltrepassare la quantità di legna che in quel bosco, in un anno, può essere rigenerata. Proviamo ad applicare questo ragionamento alla vita comunitaria, alle relazioni, alle parole da noi ricevute e poi da noi tramandate… Alla compassione aggiungerei altri tre aspetti il cui sviluppo (contagioso!) potrebbe essere un motore di conversione culturale: l’attenzione, il prendersi cura, l’economia del dono.

 

In che modo una ecologia della parola – e quindi del discorso – può aiutare le persone a costruirsi una nuova visione del mondo?

Poiché la parola influenza la formazione e l’organizzazione del pensiero, ripulire il nostro discorso, disincrostare le parole da ciò che nel tempo le ha fatte scivolare nell’indistinzione, nella confusione, è una strada – non l’unica, ma è una strada efficace – per fare ecologia della mente. La retta parola coltiva il retto pensiero; il retto pensiero è condizione di un retto giudizio; dal retto giudizio può derivare una retta azione. Non vedo solo lo spazio per una retta visione del mondo, ma anche quello di una politica ecologica, nel senso generale e organico cui ho accennato.

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