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Di Giulia Anita Bari – Project Manager Orchestra dei Braccianti*

 

Avremmo dovuto vederci ogni mese per provare. Avremmo dovuto cercare nuovi musicisti e conoscere nuove comunità di braccianti nel Sud Italia. Avremmo dovuto fare nuovi concerti. In attesa che il condizionale diventi presente, l’Orchestra dei Braccianti continua il suo percorso attraverso gli schermi di computer e telefoni. C’è chi ha scarsa connessione, chi il telefono lo ha rotto, chi l’italiano fa fatica a capirlo a distanza. Chi ha paura del virus e, ancor più, di non avere un lavoro per sostenere sé e la propria famiglia dopo la quarantena, chi vive di musica e non sa per quanto non potrà fare il suo lavoro, chi è tornato a lavorare sui campi. C’è chi sta in Puglia, chi in Basilicata, chi in Campania, chi nel Lazio. Questa è la variegata geografia umana dell’Orchestra dei Braccianti che, tra mille difficoltà, cerca di tenersi accordata.

Le prove sono state organizzate in incontri diversi. Con il direttore artistico Alessandro Nosenzo, i frontman – Adam dal Senegal, Mbaye dal Gambia, Joshua dalla Nigeria, Poppi dall’India – decidono i riddim per telefono e, via whatsapp, condividono nuove registrazioni. Le registrazioni saranno, a loro volta, condivise con gli altri musicisti (Giulia Anita Bari, Sergio Dileo, Emanuele Brignola, Luca Cioffi, Salvatore Villani). Si costruiscono attività insieme: le dirette radiofoniche o dei video musicali dell’Orchestra che interpreta, a distanza, un brano. Si prende poi del tempo per approfondire la vita di oggi: cosa sta succedendo? Cosa sta succedendo intorno a me? Su che temi vorrei lavorare con le parole o con la musica? E da qui si rivelano pezzi di cuore. Adam racconta che vorrebbe essere in strada ad aiutare chi ha più bisogno come mediatore culturale. E’ anche per questo che fa musica: per raccontare ciò che accade. Mbaye improvvisa lezioni di cucina gambiana. Poppi lancia messaggi di speranza a tutte le persone che, in India, non hanno accesso al cibo. Joshua racconta e interpreta “Oh Freedom!”, storica canzone degli schiavi del cotone.

Si tratta di una work song, cioè un canto eseguito dai lavoratori durante la giornata di lavoro, diventata un inno di libertà degli afroamericani e trascritta dopo la Guerra di Secessione Americana del 1861. I canti di lavoro rappresentano una testimonianza orale di grande valore e, nel caso dei canti afroamericani, sono versi improvvisati sulle dure condizioni di lavoro che hanno iniziato a diffondersi tra il 17° e il 19° secolo e sono stati registrati solo dopo la fine “formale” del periodo della schiavitù, cioè dopo il 1965. Spesso questi canti hanno preso in seguito le forme del gospel, del blues, degli spiritual quando molti schiavi iniziarono a convertirsi al cristianesimo.

 

Queste sono le parole di “Oh Freedom!”, un grido estremo per la libertà.

Oh, freedom, Oh, freedom

Oh freedom over me

And before I’d be a slave

I’d be buried in my grave

And go home to my Lord and be free

No more weepin’, (don’t you know), no more weepin’

No more weepin’ over me

And before I’d be a slave

I’d be buried in my grave

And go home to my Lord and be free

 

 

*Pubblicato originariamente su Alta Mane Italia

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