L’Orchestra dei Braccianti suona Bella Ciao

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Di Giulia Anita Bari, project manager Orchestra dei Braccianti*

 

“Se Bella Ciao fosse qualcuno, donna o uomo non importa,

questi sarebbe nato in una città bilingue, da genitori apolidi, figli a loro volta di altre lingue

e che in casa parlavano un dialetto a noi oggi poco noto”

Dal libro di Carlo Pestelli “Bella Ciao. La canzone della libertà”

 

Per dieci giorni l’Orchestra dei Braccianti è stata impegnata nella registrazione di “Bella Ciao”. Un’attività che si è rivelata decisamente ad ostacoli: ad alcuni ragazzi manca la strumentazione tecnologica adeguata per una buona qualità di registrazione o anche la semplice alfabetizzazione informatica. A ciò si aggiungono la questione ritmica, l’intonazione, l’interpretazione, la pronuncia delle parole. Quel “montaggio sonoro” che solitamente i musicisti costruiscono condividendo uno stesso spazio fisico, guardandosi e ascoltandosi, è oggi delegato ad un programma di editing e alle registrazioni che, dopo molte prove, arrivano via WhatsApp.

Era tuttavia importante registrare “Bella Ciao”, per vari motivi. Prima di tutto per ricordare una ricorrenza dal valore imprescindibile, il 25 aprile 1945, cioè il giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai) – presieduto da personalità incredibili come Sandro Pertini ed Emilio Sereni – proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti segnando l’inizio della ritirata dei soldati nazisti e la fine della dittatura fascista. Una ricorrenza, quindi, che dev’essere riconosciuta e condivisa da tutti i cittadini (e futuri cittadini) per l’importanza storica imprescindibile – incidendo direttamente sulle nostre vite, in termini di diritti e di libertà –  e per il suo carattere trasversale. Alla Liberazione non parteciparono solo “i comunisti”, come erroneamente si sente dire, bensì uno spettro di forze e anime politiche molto diverse tra loro.

Ecco che quindi l’attività di registrazione di questo brano con un’Orchestra composta da persone di nazionalità diversa, provenienti in alcuni da contesti da contesti complessi, diventa un momento di formazione politica importante: si condivide un pezzo di storia, si condividono dei principi costituzionali, si condividono delle parole in cui, a ben leggere il testo, manca l’elemento rivoluzionario ed è forte quello patriottico, inteso nel suo senso più ampio. La lotta contro l’invasore, infatti, è la chiave che ha reso questa canzone così internazionale. Un riscatto declinabile in ogni contesto in cui siano in atto violazioni e restrizioni dei diritti, fino alla lotta contro il cambiamento climatico.

L’elemento interessante sta anche nel ricordare che “Bella Ciao” era poco diffusa tra i partigiani. I brani più noti durante la resistenza erano “Fischia il Vento”, i canti russi, le canzoni fasciste “rovesciate” o i canti spontanei che nascevano dalle formazioni partigiane. “Bella Ciao” acquista maggiore eco dal dopoguerra in poi, venendo tradotta in diverse lingue. Nell’estate del 1947 fu presentata al Primo festival mondiale della gioventù democratica di Praga e il primo a cantarla in tivù fu Giorgio Gaber nel 1963.

Come scrive il musicologo e ricercatore Enrico Strobino, è una canzone gomitolo in cui si intrecciano molti fili ed è difficile trovarne l’origine. “Nel 1962 due miei cari amici registrarono vicino a Reggio Emilia una versione di risaia di Bella ciao, cioè in pratica un canto sul lavoro, cantato da una certa Giovanna Daffini, che era una ex mondina diventata cantastorie, che disse di averla imparata circa trent’anni prima proprio nel Vercellese, quando molte ragazze arrivavano lì anche dall’Emilia per la stagione della monda. Tutti pensammo quindi che la versione partigiana che tutti conosciamo derivasse da quella delle mondine, e il problema sembrava risolto.” Ma in effetti non era così: alcuni studi di musica popolare la farebbero risalire addirittura al Cinquecento francese o alle melodie yiddish (come questa registrata nel 1919 a New York da un musicista di Odessa).

Questa “canzone gomitolo” rappresenta al meglio anche questa Orchestra, costruita da sensibilità, lingue, origini diverse e che, al pari di Bella Ciao, risponde a questa bella riflessione di Moni Ovadia: “Ho sempre pensato che la capacità di un canto di suscitare adesione, emozione e coinvolgimento sia la prova provata dell’universalità della condizione umana al di là di confini, nazioni, sistemi di governo e persino delle differenze culturali e delle lingue che pure rappresentano l’espressione della bellezza e del genio molteplice di una comune appartenenza antropologica e di un solo destino: il destino condiviso della passione per il valore della libertà”.

 

*Pubblicato originariamente su Alta Mane Italia

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