Oltre la regolarizzazione: riformare la filiera per sconfiggere il caporalato

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La morte di Mohamed Ben Ali causata dal rogo nel ghetto di Borgo Mezzanone, il suicidio di Joban Singh a Sabaudia, gli arresti nel Chianti e ad Amantea, i fatti di Mondragone e il commissariamento di UberEats che ha svelato lo sfruttamento dei rider, sono solo alcuni degli ultimi episodi che raccontano la pervasività di un fenomeno – quello del caporalato e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura – che abbiamo deciso di combattere diversi anni fa.

Occupandoci tra le altre cose di agricoltura ecologica, ci sembrava (e ci sembra tuttora) sconcertante l’idea che donne e uomini, italiani e stranieri, regolari e irregolari, fossero costretti in condizioni di schiavitù per raccogliere i prodotti della terra.

Da allora molte cose sono successe, come l’approvazione di una importante legge (la 199 del 2016), ma siamo ancora lontani dall’aver risolto strutturalmente il problema.

La strada è lunga perché i passi da fare sono ancora tanti.

Partiamo dalla regolarizzazione, ultimo evento in ordine di tempo.

L’articolo 103 del DL Rilancio approvato a maggio scorso – l’abbiamo ripetuto dal primo momento – ha segnato “un primo passo alle condizioni politiche date”. Non ci sfuggono i limiti e le problematiche di questa norma ed è per questo che Parlamento o governo devono intervenire urgentemente per modificare e migliorare il testo (gli emendamenti proposti dalla Campagna Ero straniero – L’umanità che fa bene vanno nella giusta direzione) prima che venga convertito in legge.

Innanzitutto è necessario prolungare la finestra entro cui presentare le istanze di regolarizzazione. Il recente slittamento a metà agosto è sicuramente utile, ma assolutamente non sufficiente e bisognerà arrivare almeno fino a fine settembre. Tra gli emendamenti depositati, non possiamo non associarci in particolar modo anche alla proposta di ampliamento dei settori di emersione attraverso cui sarà possibile estendere a più categorie di lavoratori e lavoratrici la norma. Infine, la data del 31 ottobre va modificata, permettendo a tutti i cittadini stranieri, con permesso di soggiorno scaduto, non rinnovato o convertito ovvero con permesso di soggiorno non convertibile all’8 marzo 2020 di uscire da questa situazione. Solo così daremo modo a migliaia di persone di provare quindi a costruirsi una vita che altrimenti, nell’assoluta irregolarità, non troverebbe altri sbocchi se non nello sfruttamento.

Tutto questo comunque non basta.

Da anni, attraverso la campagna #FilieraSporca sosteniamo che la causa del caporalato sta nelle distorsioni della filiera. Una filiera lunga, spesso lunghissima, che va dal bracciante e arriva fino ai rider, sfruttati per portarci il cibo direttamente sulla porta di casa. Nel mezzo di questa catena troviamo buyer, intermediari, agricoltori, grande distribuzione organizzata (GDO), la quale sconta una mancanza di trasparenza che ci ha portato a chiedere l’introduzione di una etichetta narrante sui prodotti, in modo da consentire un controllo pubblico sulle modalità di produzione.
Ma servono anche misure di rafforzamento delle responsabilità lungo la filiera per evitare le disfunzioni.

Fra queste c’è una cosa che potrebbe essere fatta subito: approvare la legge che vieta le aste al doppio ribasso della GDO.
La legge che le blocca è stata approvata nel giugno scorso alla Camera e sta per concludere l’iter in Commissione agricoltura del Senato. Si faccia di tutto per approvarla in plenaria in pochi giorni: solo così si darà un segnale forte allo strapotere della GDO e dei discount. Solo così sarà possibile mettere fine alle pratiche del sottocosto che, se apparentemente ci illudono di un risparmio economico, in realtà scaricano il costo delle esternalità negative sui diritti dei lavoratori – spesso stranieri e costretti a vivere in ghetti o baraccopoli – e sull’ambiente.

C’è di più: dobbiamo dirci che i ghetti vanno chiusi perché è giusto così e che non si può fare, come auspicano le forze più regressive, mandando l’esercito o le ruspe. La via è più complessa, perché serve un piano concreto e condiviso con chi in questi insediamenti ci abita, per arrivare a situazioni alloggiative consone in abitazioni vere. La via è più complessa perché senza un sistema di collocamento gestito dal pubblico, mancherà il raccordo fra le residenze e la campagna, con i caporali che continueranno a guidare furgoni sgangherati e zeppi come carri bestiame sulle strade delle zone rurali, facendo la cresta sui panini e le bottiglie d’acqua dei braccianti che accompagnano sui terreni.

Anche ammettendo di dare risposte strutturali a tutti questi problemi, non sarebbe abbastanza.

Fra le cause dello sfruttamento in agricoltura c’è anche una cultura imprenditoriale poco più che medioevale, una cultura che produce fatti di cronaca come quelli descritti all’inizio di questo post. Non si può generalizzare: negli anni di ricerca sul campo che hanno accompagnato tutti i nostri lavori abbiamo intrecciato decine e decine di aziende, incontrato storie ed esperienze di agricoltori e imprenditori dal forte senso etico e dalla grande capacità innovativa. Sono molti più di quelli che si potrebbe immaginare leggendo i giornali. Ma allo stesso tempo resiste un sottobosco di soggetti ancorati a un modello produttivo che occorre scardinare. E lo si può fare solo con un imponente ricambio generazionale nel settore. La transizione ecologica dell’agricoltura è in mano ai giovani, ma il loro ingresso va organizzato e supportato da politiche pubbliche all’altezza: la vendita dei terreni pubblici privilegerà sempre chi ha già il capitale per l’acquisto, mentre molti ragazzi con una forte volontà di lavorare in agricoltura oggi ne sono privi.

Inoltre la direzione sbagliata che ha preso l’impostazione della politica agricola comune (PAC) scoraggia i piccoli produttori sostenibili e l’agroecologia, mettendo a disposizione la gran parte dei fondi per colture industriali destinate all’export o alla grande industria alimentare. Lo sguardo sul futuro dev’essere più lungimirante, o perderemo una generazione di agricoltori pronti ad essere i protagonisti della riforma del comparto.

È tempo dunque di cambiare prospettiva: non ci serve un sistema agroalimentare fatto di prodotti sempre meno biodiversi e sempre più standardizzati, che percorrono lunghe distanze per finire su scaffali di supermercati che propongono come unica ricetta il prezzo basso e la promessa che resterà tale. Dobbiamo recuperare il valore intrinseco del cibo, che è legato giocoforza alla storia di chi lo ha prodotto e raccolto e della terra che lo ha custodito.

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