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Martedì, 24 Settembre 2013 16:49

Fattorie migranti

Stefano Galieni, Corriere immigrazione
24 settembre 2013

Agricoltura e cucina biologica, vendita al dettaglio, condivisione e creatività. Un progetto (di successo) alle porte della Capitale, che coinvolge undici rifugiati.


Grissini. Sì, grissini di ogni tipo, preparati con lo strutto (come normalmente accade) o con l’olio d’oliva, per i vegetariani e i musulmani. Grissini aromatizzati: al peperoncino, alla cipolla, al sesamo, al rosmarino, cacio e pepe, insomma spezie e sapori di ogni tipo. Sempre più ricercati dagli intenditori che il sabato, per tutto il giorno, e la domenica, fino alle 14, passano fra i banchi del mercato della Garbatella, in Via Passino. Accanto ai grissini ci sono poi tanti altri prodotti da forno salati e dolci, tipicamente italiani, dai brutti e buoni alle capresi. Il banchetto in cui si trovano non è un vero e proprio spazio vendita, ma un punto di raccolta fondi, garantito dal Comune di Roma.


Salati e dolci sono l’anello finale di un progetto complesso portato avanti dalle Fattorie Migranti, l’ultima intuizione, in ordine di tempo, della Cooperativa Sociale Pid (Pronto Intervento Disagio). Lidia racconta con molto entusiasmo il percorso che sta portando alcuni migranti (per lo più rifugiati o in possesso di un permesso di protezione internazionale) verso l’autonomia. «Siamo una piccola realtà.  Nel marzo 2012 abbiamo attivato un progetto di formazione rivolto ai cittadini stranieri che prevedeva tre percorsi in altrettanti ambiti: edilizia, agricoltura, ristorazione.

Il progetto, finanziato da Roma Capitale, ha ottenuto una proroga che scade alla fine di quest’anno e fra mille difficoltà e limiti cominciamo già a vedere dei risultati». Lidia ha tenuto uno sportello nei pressi del centro Enea, dove sono ospitati in “seconda accoglienza” i rifugiati e lì ha conosciuto e coinvolto alcuni dei suoi nuovi compagni di lavoro. «Il Comune ci ha messo a disposizione un piccolo spazio di un’area agricola di sua proprietà denominata Tenuta del Cavaliere, in prossimità di Lunghezza, nella periferia sud est di Roma, oltre il Raccordo Anulare. Da lì siamo partiti». Le persone coinvolte hanno provenienze diverse: Sudan, Iran, Nigeria, Madagascar, Guinea, Somalia, Afghanistan. Con loro anche bulgari e rumeni che in quanto comunitari non hanno più bisogno di un permesso di soggiorno. Due le donne. E’ stato fatto un lavoro di selezione per trovare le persone adatte al progetto, con un minimo di competenze e di conoscenza della lingua italiana e con la disponibilità a lasciarsi coinvolgere in un percorso non facile ed incerto.

La Casa Un primo gruppo ha ristrutturato un edificio interno alla tenuta e lo ha fatto divenire una “casa-famiglia” in cui oggi dormono e vivono sette persone. Ciascuno di loro ha un anno di tempo per costruire un progetto di vita autonomo. Tre hanno trovato già un lavoro, mentre un altro si è fidanzato e la coppia sta cercando una casa in affitto. Per ora hanno tutti garantito vitto e alloggio. Se il progetto, come si spera, avrà la possibilità di proseguire, altri li sostituiranno. Alla casa tengono molto, provvedono alla pulizia, ai lavori di ordinaria e straordinaria manutenzione. All’inizio sono stati supportati da un muratore professionista, ma ora se la cavano egregiamente da soli. La casa è divenuta luogo di responsabilizzazione sociale. Insieme abbiamo deciso di chiamarla la “Casa di Otello”, in memoria di un nostro socio che non c’è più.

Preparano la lista della spesa, che poi vanno a fare gli operatori automuniti, organizzano i pasti, si dividono i compiti in una dimensione fondamentalmente famigliare, agli antipodi di quella dei centri di accoglienza o dei penitenziari. Hanno chiesto e ottenuto di poter tenere con sé anche un cane. Lo hanno chiamato Piccolo ed è divenuto un po’ il simbolo di questa ricostruita dimensione sociale. «Non è stato facile – dice Lidia – Alcuni provenivano da storie durissime che li avevano portati a chiudersi totalmente in se stessi e tutt’ora c’è timidezza nel relazionarsi col mondo esterno, ma giorno per giorno sembrano trovare una propria dimensione». Finita la ristrutturazione, ora stanno lavorando per rimettere in sesto altre aree dell’azienda agricola, dalla vaccheria, al tetto di una struttura che servirà in futuro, fino al rifacimento del manto stradale. Lavorano insieme ad una squadra di operai dell’azienda ed anche questo favorisce l’autonomia.. «È cambiata la percezione di sé. Tengono a se stessi e allo spazio che hanno intorno, maturano una idea di responsabilità individuale in un contesto collettivo e comunitario».

La Terra Il gruppo di quelli che lavora nelle coltivazioni arriva al mattino verso le sette, segue il ritmo del sole, e si ferma solo per pranzare  con il gruppo della casa-famiglia. Di fatto lavorano ad un grande orto di circa 2000 mq in cui si coltivano, secondo i requisiti dell’agricoltura biologica, solo le verdure di stagione. Ci si trova di tutto e ogni prodotto viene coltivato, raccolto e poi, in maniera naturale, seminato per l’anno a venire. Non comperano piante già cresciute altrove e manifestano anche un certo orgoglio nel far cadere l’attenzione sui prodotti di cui ogni singolo ha seguito l’intero ciclo. Il lavoro intrapreso con questi giovani, un gruppo piccolo con una piccola cooperativa come interfaccia di formazione, si basa infatti molto sulla valorizzazione delle competenze e dell’impegno individuale all’interno di una collettività.

La Cucina Quelli che si occupano di cucina hanno uno spazio in linea d’aria non troppo distante, alcuni chilometri, ma totalmente diverso da quello dell’azienda. La località si chiama Tor Cervara, ed è già più interna a Roma. L’edificio è  un asilo  mai utilizzato e affidato ad un’altra cooperativa. Il Comune ha garantito l’ospitalità tramite una convenzione. Ci sono cucine professionali, e un cuoco professionista si è occupato del training iniziale. I componenti del gruppo preparano i prodotti, li impacchettano poco prima che siano consumati perché non utilizzano né conservanti né additivi chimici, e i risultati sono, a detta di chi li ha assaggiati, eccellenti. In particolare, sono richiestissime le piccole torte monoporzione.

Il Mercato L’obiettivo del Pid è ambizioso. Realizzare percorsi che portino chi ne usufruisce ad uscire dal circolo vizioso dell’assistenza perenne. Il passo successivo è far divenire la cooperativa, nata da tutto il lavoro, in grado di produrre reddito. Ma realizzare una cooperativa agricola, con il diritto di poter coltivare e vendere i prodotti liberamente, non è semplice e si scontra con lungaggini burocratiche senza fine. Ma intanto un punto di partenza si è realizzato. Uno spazio di promozione dei prodotti in cui il ricavato serve a coprire le spese che i finanziamenti ricevuti non permettono di sostenere o che non sono comprese nel progetto: una stufa, delle tute da lavoro, manutenzioni straordinarie, eccetera.

«Questa deve poter diventare una cooperativa in grado di entrare in circuiti più ampi – riprende Lidia – con i gruppi di acquisto, con le altre case-famiglia, con un tessuto sociale che condivide certi valori. E la commercializzazione sarà fondamentale per sostenersi e per svincolare chi lavora, diventando socio, dalle scarne risorse offerte con le borse lavoro». Ma già in pochi mesi si sono prodotti interessanti cambiamenti; la presenza nel mercato, prima a Testaccio e poi a Garbatella, è percepita come una realtà normale, tanto dagli altri negozianti con cui si realizzano quei rapporti  informali e amichevoli, che con i clienti, alcuni dei quali si sono affezionati ai prodotti. Gli operatori raccontano di nonaver incontrato grande diffidenza, anzi, l’unico limite è che per ora i rifugiati, tranne che in alcune occasioni, non sono al mercato. Perché contemporaneamente lavorano o spesso, ancora per paura e timidezza, ma anche questo è un passaggio che andrà costruito.