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Lunedì, 21 Novembre 2016 00:00

Consegnato al ministro Martina il terzo rapporto della campagna #FilieraSporca

E' stata accolta con grande interesse da parte di istituzioni e realtà del settore l'uscita del terzo rapporto della campagna #FilieraSporca “Spolpati. La crisi dell’industria del pomodoro tra sfruttamento e insostenibilità”.

Di rilevante importanza è stato l'incontro avvenuto venerdì 18 novembre tra il direttore di Terra! e coautore del rapporto, Fabio Ciconte, e il giornalista e coautore del rapporto, Stefano Liberti, con il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina, cui sono state rivolte direttamente le raccomandazioni a nome della campagna #FilieraSporca.

Dai cinque mesi di studio e di viaggi nel Sud Italia, infatti, sono emerse le numerose criticità del sistema di produzione e commercio del pomodoro. A fronte di un distretto del Nord più stabile, il Mezzogiorno è letteralmente allo sbaraglio. Nonostante la raccolta manuale sia in forte calo (intorno al 15%) e i fenomeni di sfruttamento e caporalato stiano diminuendo, restano ancora gravi disfunzioni che mettono in crisi il comparto. Le Organizzazioni dei produttori (OP) non sono in grado di rafforzare il potere negoziale degli agricoltori nei confronti dell’industria di trasformazione, limitandosi a stipulare con essa contratti sul prezzo della materia prima che vengono regolarmente disattesi. Mancando del tutto un indirizzo di filiera, gli attori seguono il proprio interesse personale, senza curarsi della sorte complessiva del settore. In questo quadro, sta scomparendo uno dei prodotti di eccellenza del nostro Paese: il pomodoro pelato. Nessun altra regione al mondo coltiva questa varietà, che invece di essere valorizzata si ritrova messa all’angolo dall’ansia di accontentare il mercato dei sughi pronti e delle passate.

Di fronte alle sconcertanti scoperte della nostra indagine, il Ministro Martina ha convocato il 24 novembre a Roma tutti gli attori della filiera del pomodoro per un incontro chiarificatore. Ha inoltre assicurato una riforma delle OP, con l’intento di rafforzarle e renderle realmente efficienti.

Ma quel che riteniamo più importante è la dichiarazione pubblica di preoccupazione per il fenomeno più inquietante che l’indagine ha portato alla luce: le aste on line al doppio ribasso che la Grande distribuzione (GDO) lancia per l’acquisto degli stock di prodotto dall’industria. Il sistema somiglia in tutto e per tutto al gioco d’azzardo, se non fosse che in questo caso vince chi offre di meno: il prezzo minimo a cui si chiude la prima asta diventa la base per la seconda, obbligando gli industriali a svendere pericolosamente il pomodoro che ancora non hanno comprato. Questa giostra del prezzo avviene infatti a maggio, quando ancora si sa poco o nulla di come andrà la stagione di raccolta. Se da un lato l’acquisto di prodotti venduti allo scoperto permette alla GDO di strappare prezzi vantaggiosi all’industria, dall’altro la costringe a rivalersi sugli agricoltori per non produrre in perdita. Al fondo di questa spirale si trovano i braccianti, quasi tutti stranieri, che ancora vengono sfruttati nei campi lavorando a cottimo e vivendo nei ghetti. 

È per capire le cause di questa intollerabile nuova schiavitù che il dossier ricostruisce un puzzle complesso come quello della filiera del pomodoro. Ma anche per offrire una via d’uscita dal binario morto su cui è lanciato a tutta forza un settore simbolo del made in Italy. Tramite l’adozione di una etichetta narrante sarebbe possibile aumentare il controllo sociale della filiera, fornendo un potente strumento di valutazione consapevole al consumatore. Abolendo le aste on line della GDO si metterebbe un freno alla deregolamentazione selvaggia del mercato. Infine, efficientando il sistema delle OP e rendendo vincolante il contratto tra produttori e industriali, si porrebbe un argine alla frammentazione che oggi sfocia in una deleteria diffidenza reciproca.