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Venerdì, 02 Giugno 2017 10:13

Trump contro la storia: USA fuori dall'Accordo di Parigi

Alla fine è successo. Dopo averlo promesso in campagna elettorale, intorno alle 23 di ieri il presidente statunitense Donald Trump ha portato il paese fuori dall'Accordo di Parigi. Nel 2015, 196 Paesi hanno sottoscritto quel protocollo, il primo documento comune ad impegnare quasi tutto il mondo nella lotta al cambiamento climatico. Non era un accordo vincolante, non conteneva impegni particolarmente onerosi, ma era più di quanto fosse mai stato fatto prima. Un passo avanti perfino rispetto al protocollo di Kyoto, l'unico altro accordo internazionale sulle emissioni, mai ratificato però proprio dagli Stati Uniti.

Nonostante questo, Trump ha voluto aprire l'ennesimo squarcio nel dialogo tra il suo paese e il resto del mondo, andando a collocarsi nella corta classifica degli altri governi non aderenti all'accordo: Siria e Nicaragua. Del resto, ha sempre negato che l'aumento delle temperature globali avesse come causa primaria il consumo di carbone, gas e petrolio da parte delle società umane. Per la Casa Bianca, quelle sul cambiamento climatico sono soltanto fandonie che incidono sulla competitività delle aziende americane, esponendole alla concorrenza cinese. Poco importa che il 97% delle ricerche scientifiche sull'argomento concordi nel dire che il clima cambia per via della maggior concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, un gas serra liberato in ampie dosi dall'utilizzo dei combustibili fossili. Poco importa che fino a 250 milioni di persone, secondo le Nazioni Unite, potrebbero essere costrette a migrare per causa di un clima impazzito nei prossimi decenni. Poco importa che l'aumento del livello dei mari per la fusione dei ghiacci sommergerà isole abitate nell'Oceano Pacifico, che siccità più intense e prolungate colpiranno l'agricoltura soprattutto in Africa, Sud America. Una lenta apocalisse si avvicina, e questa generazione ne vedrà gli sviluppi, a meno che non si ponga un freno con politiche internazionali coraggiose e svincolate dalle mere logiche del business.

Ora la palla torna nelle mani dell'Europa, che si candida a guidare il processo di implementazione delle disposizioni di Parigi: dovrà rispettare innanzitutto l'obiettivo primario, cioè ridurre le emissioni abbastanza da tenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei +2 °C rispetto ai livelli preindustriali entro fine secolo. Poi dovrà fare pressione sulla comunità internazionale, specialmente sui paesi più ricchi, nella raccolta fondi che dovrebbe accantonare 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020. Questi fondi dovranno finanziare, a partire dal 2021, progetti di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico nei paesi più poveri ed esposti.

La realizzazione delle linee guida approvate a Parigi è un processo irto di difficoltà, avviato con colpevole ritardo. Oggi il percorso è ancora più difficile, perché l'uscita di un membro è un atto grave, soprattutto se è il secondo grande emettitore mondiale dopo la Cina. Ed è proprio verso il Dragone che si spostano gli interessi dell'Europa: delusa dall'inaffidabile Trump, oggi Bruxelles incontra in un vertice i leader cinesi.

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