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Lunedì, 23 Ottobre 2017 10:37

La morte di un bracciante chiama in causa tutti

Di Fabio Ciconte e Stefano Liberti per Internazionale

Era il suo primo giorno di lavoro. Arrivato in Salento da nemmeno un giorno, dopo un lungo viaggio in autobus dalla Sicilia, Abdullah Muhamed aveva cominciato alle dieci del mattino: nessuna visita medica, nessun contratto, solo un accordo verbale con un altro sudanese, Mohamed Elsalih detto Sale, che lo aveva reclutato per raccogliere pomodorini su quel campo di Nardò. La paga era stabilita a cottimo: sette euro per ogni cassone da tre quintali che sarebbe riuscito a riempire. L’uomo si era chinato sul terreno e non aveva mai smesso, nonostante il caldo sempre più aggressivo e l’umidità così densa da togliere il fiato. Si era fermato un solo momento verso mezzogiorno, quando la moglie Marie lo aveva chiamato al telefono. “Tutto bene, ci sentiamo quando finisco”, le aveva detto con tono rassicurante. Poche ore dopo si è accasciato a terra. Abdullah Muhamed è morto il 20 luglio 2015, in una delle estati più torride degli ultimi anni.

Nato in Sudan nel 1968, era arrivato in Italia nel 2006 e aveva conosciuto la donna che poi sarebbe diventata sua moglie, nonché madre dell’unica figlia avuta insieme, una bambina che aveva tre anni quando il padre è morto. Muhamed viveva a Caltanissetta con loro e un altro ragazzo più grande che Marie aveva avuto da una relazione precedente. Ma era spesso fuori casa: prima di partire per il Salento, aveva lavorato nella raccolta delle patate in provincia di Siracusa. Nei suoi piani sarebbe dovuto rimanere in Puglia fino a settembre, tornare in Sicilia e poi andare in Calabria per la stagione degli agrumi. 

Era uno delle decine di migliaia di braccianti a giornata che si aggirano per l’Italia del sud, faceva parte di quel proletariato agricolo che si sposta di regione in regione seguendo le fasi di raccolta dei prodotti ortofrutticoli. Manodopera a basso costo, spesso di origine straniera, su cui si regge una parte importante del settore agroindustriale italiano.

Come ha accertato la procura di Lecce, i pomodorini raccolti senza contratto e sotto caporale da Abdullah Muhamed venivano consegnati ad alcune delle più grandi aziende italiane di trasformazione del pomodoro in pelati, sughi pronti e polpe, titolari di marchi molto noti: Mutti, Conserve Italia (Cirio) e La Rosina.

Muhamed è morto di infarto. Della sua morte risponderanno penalmente il caporale Elsalih e il titolare de facto dell’azienda agricola per la quale stava lavorando, Giuseppe Mariano, detto Pippi (l’intestataria de iure è la moglie Rita De Rubertis, che non è indagata). L’indagine preliminare, coordinata dalla procuratrice Paola Guglielmi, ha disposto per entrambi il rinvio a giudizio per omicidio colposo e caporalato.

Secondo l’accusa avrebbero causato la morte del bracciante, costretto a lavorare “in condizioni atmosferiche e climatiche assolutamente usuranti, senza riposo settimanale, senza il rispetto della normativa sulle pause, per poi immettere nel mercato corrente il prodotto con un maggiore guadagno per lo stesso titolare dell’azienda”. Insieme ad altri imprenditori di Nardò, nel 2011 Mariano era stato rinviato a giudizio per riduzione in schiavitù nel cosiddetto processo Sabr, che si era concluso con diverse condanne per decine di anni di carcere e in cui Mariano era stato assolto.

Dove portano le tracce

Il 2015 è stato un anno terribile nelle campagne della Puglia: in due mesi, quattro braccianti sono morti durante il lavoro di raccolta. Solo una settimana prima di Abdullah Muhamed, il 13 luglio, Paola Clemente, 49 anni, era stata stroncata da un malore nelle campagne di Andria mentre lavorava all’acinellatura, ossia l’eliminazione a mano di piccoli acini dai grappoli d’uva. Veniva da San Giorgio Ionico, in provincia di Taranto. Ogni mattina si alzava alle due e percorreva 150 chilometri per guadagnare trenta euro al giorno. Queste morti sul campo, soprattutto quella di Clemente, hanno suscitato grande emozione e fatto scoprire che il fenomeno dello sfruttamento nel settore agricolo è trasversale e riguarda anche cittadini italiani.

Poco più di un anno dopo, grazie all’attenzione suscitata dal caso sui mezzi di informazione, alle denunce di sindacati e associazioni, e all’impegno dei ministri dell’agricoltura Maurizio Martina e della giustizia Andrea Orlando, è stata approvata la legge contro il caporalato, che inasprisce il reato di intermediazione illecita – articolo 603 bis del codice penale – e attribuisce la responsabilità del reato non solo al caporale ma anche al titolare dell’azienda agricola che usa manodopera sfruttata, con pene durissime fino al sequestro dell’azienda.

Ma anche con questa nuova norma, la responsabilità penale si ferma al campo e non coinvolge gli altri anelli della filiera. Non tiene conto cioè dei passaggi successivi: a chi viene venduto il prodotto, chi lo trasforma e chi lo vende. Dove sono andati a finire i pomodorini di Nardò? È la domanda che si è fatta la procura di Lecce, che ha seguito il viaggio dei prodotti dai campi fino alle fabbriche.

Attraverso lo studio minuzioso delle bolle di accompagnamento, secondo i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) di Lecce è possibile stabilire che i pomodorini raccolti da Abdullah Muhamed e dagli altri braccianti nell’azienda agricola di Mariano erano portati all’impianto di trasformazione Fiordagosto a Oliveto Citra, in provincia di Salerno, di proprietà di Mutti; a quello di Mesagne, in provincia di Brindisi, di proprietà di Conserve Italia; e all’impianto La Rosina a Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli.

“Quest’indagine è di grande importanza perché mostra che le responsabilità non si fermano solo ai caporali e alle aziende agricole che ne fanno uso”, sottolinea Yvan Sagnet, che nel 2011 ha guidato lo sciopero dei braccianti proprio a Nardò e ha denunciato le condizioni di sfruttamento nei campi. “La grande industria e la grande distribuzione organizzata hanno delle responsabilità”, dice l’attivista, nominato nel 2016 “cavaliere dell’ordine della Repubblica italiana” dal presidente Sergio Mattarella e oggi presidente di No Cap, associazione che si batte contro il caporalato e per una distribuzione alternativa dei prodotti agroalimentari, incentrata sulla filiera corta e sulle piccole aziende.

Lo sfruttamento esiste ancora

“Come industriali siamo particolarmente sensibili al tema. E questa tragica morte ci tocca direttamente”, dice Giovanni De Angelis, direttore dell’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali (Anicav), che riunisce gli industriali del pomodoro nel centro e sud Italia. “La nostra associazione da tempo sta portando avanti azioni di contrasto a tali fenomeni, agendo in particolare sulla diffusione di una nuova cultura di impresa che tenga conto della responsabilità sociale, e attraverso percorsi di certificazione etica delle aziende agricole e industriali”.

Nonostante le buone intenzioni di Anicav e le leggi – la prima contro il caporalato è del 2011, poi è arrivata quella del 2016, che identifica la responsabilità in solido delle aziende agricole – i fenomeni di sfruttamento in agricoltura esistono ancora. Se è vero che negli ultimi anni è aumentata la raccolta meccanizzata nei campi di pomodoro e si sono intensificati i controlli, è innegabile che esistono ancora sacche importanti di sfruttamento. La morte di Abdullah Muhamed è la tragica punta di un iceberg ben più profondo. “Nei territori che abbiamo girato e che monitoriamo costantemente”, racconta Giovanni Mininni della segreteria nazionale della Flai/Cgil, “il fenomeno dello sfruttamento è parte di un’economia malata dove la raccolta manuale si fa con braccianti che lavorano a cottimo e, non esistendo un vero collocamento pubblico, il reclutamento è fatto dai caporali”.

Francesco Mutti dice di sapere bene come funzionano le cose: “Sul pomodoro da industria noi chiediamo alle aziende la raccolta meccanizzata proprio per evitare queste situazioni. Ma nel caso del pomodorino è più complesso raccogliere meccanicamente e chiediamo quindi garanzie stringenti sulla manodopera utilizzata”. E aggiunge: “Da quando ho appreso questa notizia tremenda, mi sono chiesto infinite volte cosa avremmo potuto fare di più e non sono riuscito trovare una risposta. Noi abbiamo rapporti diretti con le singole aziende agricole e non ci siamo accorti che quella ditta sfruttava i lavoratori. Personalmente pensavo che mettendo in atto una serie di accorgimenti, saremmo stati in grado di tenere lontane le aziende che giocano sporco. Purtroppo non è stato così: questo ci insegna che da oggi in poi dovremo vigilare di più”.

Mutti ha interrotto ogni rapporto con l’azienda in questione. Lo stesso ha fatto Conserve Italia. “Dopo la morte del bracciante e le prime indiscrezioni sulle violazioni della normativa sul lavoro, abbiamo deciso di non lavorare più con quell’azienda agricola. Noi chiediamo una documentazione molto rigida alle organizzazioni dei produttori e alle singole aziende, sia in materia di qualità che di rispetto dei diritti del lavoratori. La nostra unica leva è responsabilizzare sempre di più i produttori, ma non possiamo fare controlli ispettivi diretti”, dice Maurizio Gardini, presidente di Conserve Italia.

Cosa si può fare?

Cosa può fare allora l’industria per evitare queste tragedie, a parte intervenire a posteriori? E cosa può fare per evitare gli illeciti in generale? Lo abbiamo chiesto agli attori coinvolti in questa vicenda. “Noi siamo per la massima trasparenza e il massimo numero di controlli: lo sfruttamento nei campi non giova a nessuno”, spiega De Angelis dell’Anicav.

Mutti si spinge ancora più in là: “Siamo favorevoli a un elenco pubblico di fornitori, che renda più trasparente la filiera”. Perché la trasparenza, secondo il parere di tutti gli addetti del settore, potrebbe essere uno degli antidoti più efficaci per prevenire situazioni di questo tipo.

L’elenco costringerebbe chi fa parte della filiera a una maggiore attenzione nella scelta delle aziende che forniscono la materia prima: pubblicandone i dati sul proprio sito e facendosi in qualche modo garanti, le industrie trasformatrici si assumerebbero una responsabilità in più rispetto ai consumatori.

FOTO di Mario Poeta per Internazionale