Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Approfondisci o accetta con i seguenti pulsanti:

Mercoledì, 08 Novembre 2017 12:14

Il Ministero dell'Agricoltura apre un tavolo di filiera sulla trasparenza

Oggi, presso il Ministero dell'Agricoltura ha programmato per il prossimo 8 novembre un tavolo sulla trasparenza che raduna tutti gli attori della filiera del pomodoro. Un importante passo avanti innescato dall'inchiesta pubblicata da Fabio Ciconte e Stefano Liberti su Internazionale, che porta alla luce legami commerciali tra una cooperativa di Nardò accusata di caporalato e grandi marchi come Cirio e Mutti. L'accusa è parte di un filone di indagine per la morte di un uomo, nel luglio del 2015. Si chiamava Abdullah Muhamed, ed era uno delle migliaia di braccianti impiegati nella raccolta di prodotti agricoli nel Sud Italia. Manodopera a basso costo, spesso straniera, che permette a grandi comparti produttivi di restare sul mercato. Il prezzo, però, di questo lavoro precario e sfiancante, a volte è la vita. La tragedia di Abdullah lo ha prepotentemente ricordato a tutti, ma le uniche responsabilità sarebbero ricadute sulla azienda che lo impiegava illegalmente. 

Il lavoro di inchiesta che Terra! porta avanti ormai da più di due anni, invece, cerca di portare alla luce i nessi che indirettamente possono causare fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato. E questi collegamenti portano spesso al di là delle dinamiche che si verificano sul campo. Lo schiacciamento del prezzo al consumatore praticato da alcuni gruppi della Grande distribuzione, ad esempio, è uno degli aspetti denunciati come pericolosi per tutta la filiera, che ha come ultimo anello proprio i braccianti. La scarsa trasparenza nei passaggi che subisce il prodotto è un altro problema chiave. Le grandi aziende, infatti, avviano rifornimenti da cooperative agricole che talvolta non conoscono o non verificano a sufficienza, con il rischio di trovarsi danneggiate da comportamenti illeciti compiuti a valle della filiera.

La legge contro il caporalato, ad oggi, attribuisce la responsabilità del reato non solo al caporale ma anche al titolare dell’azienda agricola che usa manodopera sfruttata, con pene durissime fino al sequestro dell’azienda. Ma anche con questa nuova norma, la responsabilità penale si ferma al perimetro del campo coltivato. Non tiene conto cioè dei passaggi successivi: a chi viene venduto il prodotto, chi lo trasforma e chi lo vende. Per prevenire questi fenomeni, tuttavia, è necessario spingersi oltre, chiedendo trasparenza alle industrie, alle multinazionali e ai gruppi di distribuzione. Ad esempio pubblicando un elenco dei fornitori, che permetta al consumatore di risalire i vari passaggi di filiera. Il tavolo sulla trasparenza cui abbiamo partecipato, ci ha permesso di ribadire che riteniamo importante e necessario aumentare il dialogo tra la parte agricola e quella industriale, per continuare ad allontanarci dallo sfruttamento, in un cammino che non può prescindere dalle misure chiave che promuoviamo da tempo.