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Filiera Sporca

Filiera Sporca (38)

La campagna #FilieraSporca – promossa dalle associazioni Terra!Onlus, daSud e terrelibere.org – ha l’obiettivo di ricostruire il percorso dei prodotti agroalimentari dal campo allo scaffale del supermercato.
Il cuore della filiera è un ceto di intermediari che accumula ricchezza, organizza le raccolte usando i caporali, determina il prezzo. Impoverisce i piccoli produttori e acquista i loro terreni. Causa la povertà dei migranti e nega un’accoglienza dignitosa.
Filiera Sporca propone la trasparenza delle filiere agroalimentari, dalla Grande distribuzione organizzata alle multinazionali, attraverso l’introduzione di una etichetta narrante e l’elenco pubblico dei fornitori, perché informazioni chiare permettono ai consumatori di scegliere prodotti slavery free
La campagna e le attività di FilieraSporca sono finanziate da Fondazione Charlemagne, The Nando and Elsa Peretti Foundation e Open Society Foundations.
 

«Deputati e senatori, la legge sul caporalato non si tocca»

Dopo le dichiarazioni del governo, lettera aperta di Fabio Ciconte (Terra! Onlus) e Ivana Galli (Flai CGIL), sottoscritta da oltre 20 realtà della società della civile tra cui Amnesty International, Emergency, Oxfam e Libera, e personalità tra cui Luigi Ciotti, Luigi Manconi, Gian Carlo Caselli.

In Italia sono ancora centinaia di migliaia le donne e i lavoratori stranieri in agricoltura vittime di sfruttamento e caporalato, abusi e salari da fame. Su 430 mila lavoratori irregolari, 100 mila sono vittime di sfruttamento. L'80% è rappresentato da lavoratori migranti e oltre 4 su 10 sono donne. Questo esercito di marginali raccoglie, in condizioni disumane, frutta e verdura che poi arriva nei principali supermercati italiani e europei. Caldo torrido, esposizione ai pesticidi nelle serre, giornate di 12 ore e vita nei ghetti sono la quotidianità per la maggior parte di loro.

Mercoledì, 06 Giugno 2018 15:57

Un albero per Soumayla

Questa mattina a Cerignola abbiamo piantato un albero in memoria di Soumayla Sacko, il bracciante ventinovenne ucciso da una fucilata lo scorso 2 giugno. Lo abbiamo fatto insieme a un gruppo di braccianti coinvolti in una nuova avventura di Terra! che vi racconteremo nelle prossime settimane e  che vuole dimostrare come sia possibile sottrarre queste persone all'inferno dei ghetti, restituendo loro la dignità del lavoro per un'agricoltura sostenibile ed equa.

Con 12 milioni di capi cresciuti e macellati ogni anno in poche decine di chilometri quadrati, l’allevamento industriale di suini in Italia è una vera e propria bomba ecologica. Per disinnescarla c’è soltanto un modo: ridurre drasticamente i consumi di carne e offrire ai consumatori un’etichetta trasparente che riveli la provenienza da allevamento intensivo. È quanto emerge da Prosciutto nudo: i costi nascosti dell’allevamento industriale di maiali”, la nuova indagine della nostra associazione Terra! che ha ricostruito numeri e impatti di una filiera simbolo del made in Italy, oggi completamente insostenibile. Il rapporto è realizzato con il sostegno della The Nando and Elsa Peretti Foundation, nell’ambito del progetto “Scuola diffusa della Terra – Emilio Sereni”.

Oggi, presso il Ministero dell'Agricoltura ha programmato per il prossimo 8 novembre un tavolo sulla trasparenza che raduna tutti gli attori della filiera del pomodoro. Un importante passo avanti innescato dall'inchiesta pubblicata da Fabio Ciconte e Stefano Liberti su Internazionale, che porta alla luce legami commerciali tra una cooperativa di Nardò accusata di caporalato e grandi marchi come Cirio e Mutti. L'accusa è parte di un filone di indagine per la morte di un uomo, nel luglio del 2015. Si chiamava Abdullah Muhamed, ed era uno delle migliaia di braccianti impiegati nella raccolta di prodotti agricoli nel Sud Italia. Manodopera a basso costo, spesso straniera, che permette a grandi comparti produttivi di restare sul mercato. Il prezzo, però, di questo lavoro precario e sfiancante, a volte è la vita. La tragedia di Abdullah lo ha prepotentemente ricordato a tutti, ma le uniche responsabilità sarebbero ricadute sulla azienda che lo impiegava illegalmente. 

Di Fabio Ciconte e Stefano Liberti per Internazionale

Una multinazionale britannica ha concluso contratti di fornitura con l’azienda agricola di Rita De Rubertis a Nardò, dove il 20 luglio 2015 è morto il lavoratore sudanese Abdullah Muhamed. I risvolti della morte del bracciante, che raccoglieva pomodorini senza contratto dopo essere stato reclutato da un caporale, li abbiamo raccontati qui.

Il prodotto era venduto a tre grandi aziende nazionali, tra cui Mutti e Conserve Italia (proprietaria del marchio Cirio), che hanno dichiarato di aver interrotto ogni tipo di relazione commerciale con la ditta a partire dal 2015. Nel 2016, invece, a rivolgersi a De Rubertis per comprare la materia prima è stata la Princes industrie alimentari, filiale del Princes food and drink group.

Di Fabio Ciconte e Stefano Liberti per Internazionale

Era il suo primo giorno di lavoro. Arrivato in Salento da nemmeno un giorno, dopo un lungo viaggio in autobus dalla Sicilia, Abdullah Muhamed aveva cominciato alle dieci del mattino: nessuna visita medica, nessun contratto, solo un accordo verbale con un altro sudanese, Mohamed Elsalih detto Sale, che lo aveva reclutato per raccogliere pomodorini su quel campo di Nardò. La paga era stabilita a cottimo: sette euro per ogni cassone da tre quintali che sarebbe riuscito a riempire. L’uomo si era chinato sul terreno e non aveva mai smesso, nonostante il caldo sempre più aggressivo e l’umidità così densa da togliere il fiato. Si era fermato un solo momento verso mezzogiorno, quando la moglie Marie lo aveva chiamato al telefono. “Tutto bene, ci sentiamo quando finisco”, le aveva detto con tono rassicurante. Poche ore dopo si è accasciato a terra. Abdullah Muhamed è morto il 20 luglio 2015, in una delle estati più torride degli ultimi anni.

Una grande inchiesta può scuotere i palazzi, ma spesso resta lettera morta. Per ottenere il cambiamento, al lavoro di denuncia occorre accostare proposte di attivazione e pressione politica.

Nelle nostre ultime indagini sulla filiera del pomodoro e sul sistema della Grande Distribuzione Organizzata, abbiamo sempre operato in parallelo su questi due piani: quello dell’inchiesta giornalistica e quello della campagna di pressione, che utilizza l’elemento di denuncia per proporre soluzioni. Convinti che questo approccio sia efficace, pensiamo sia venuto il momento di condividerlo. Da qui nasce il nuovo corso di Impact Journalism, dal 10 al 12 novembre a Trento, organizzato da Terra!, Tutti nello stesso piatto - Festival internazionale di cinema cibo e videodiversità, Non profit network - Cvs Trentino e InternazionaleUna tre giorni che si propone di fornire per la prima volta a 15 partecipanti gli strumenti per costruire un’inchiesta giornalistica sul tema delle filiere alimentari. I docenti esamineranno alcuni casi studio di inchieste che hanno condotto, rivelando le difficoltà riscontrate, i metodi di indagine, i rapporti con le fonti. 

Grazie alla pressione continua della campagna #ASTEnetevi promossa da Terra!, Flai-CGIL, daSud e dalla campagna #FilieraSporca, una parte importante della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) si impegnerà ad abbandonare la controversa pratica delle aste on line al doppio ribasso sui prodotti alimentari. Durante una conferenza stampa al Ministero delle Politiche Agricole, Agroalimentari e Forestali, oggi è stato approvato un protocollo di intesa tra il Ministero, Federdistribuzione e Conad che spinge gli aderenti a rispettare alcuni capisaldi della battaglia portata avanti in questi anni dalle associazioni e dai sindacati.

Si avvicina una nuova stagione di raccolta del pomodoro, e ancora una volta gli spettri del caporalato e dello sfruttamento aleggiano sui campi di tutta Italia. Con l’ultimo rapporto #FilieraSporca e la campagna #ASTEnetevi, abbiamo mostrato che queste minacce vengono da lontano, a partire dai primi anelli della filiera produttiva. Svelando il sistema delle aste on line al doppio ribasso della grande distribuzione, abbiamo fatto un passo avanti importante. Abbiamo individuato uno dei meccanismi che contribuiscono in maniera determinante a comprimere i prezzi di produzione, scaricando gli effetti negativi sugli agricoltori e sui braccianti. 

Tantissime persone hanno firmato la nostra lettera rivolta al Ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, e ai gruppi della grande distribuzione (bit.ly/ASTEnetevi_firma). Ora pensiamo sia venuto il momento di rilanciare la mobilitazione con un tweetstorm il 17 maggio alle 12.

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