Adam, dal ghetto alla capitale con il rap nello zaino

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La stanza è piccola, angusta, ma carica di energia che potrebbe scoppiare. Dentro, seduti quasi uno sull’altro, ci sono una decina di ragazze e ragazzi, di età e nazionalità tutte diverse. Hanno occhi attenti e teste che oscillano al ritmo della base scelta da Francesco Garberini, insegnante insieme a Luca Mascini (aka Militant A degli Assalti frontali) di questa piccola scuola di rap che si ritrova tutti i martedì e i giovedì pomeriggio a MaTeMù. Ognuno di loro, quando si sente pronto, attacca una strofa: il tema è libero, la lingua pure. E così in questo freestyle si affastellano storie personali, visioni del mondo, emozioni e pensieri nati sul momento.

Dal 2010 MaTeMù è la casa di tutte queste storie, visioni, emozioni e pensieri: nato da un progetto di Cies a Roma, è un centro che accoglie ogni giorno più di 60 giovani venuti da ogni dove, offrendo loro un cartellone di attività che la lavagna all’ingresso fatica a contenere. Teatro, danza, scuola di rap, di sax, chitarra o batteria, corsi di informatica e di inglese, laboratori fotografici. In questo grande appartamento al primo piano di un palazzo non lontano dalla stazione Termini, si può passare una giornata imparando qualcosa da tutti, intrecciando spesso sguardi che raccontano storie di vite di strada in periferie isolate, dove mancano reti di sostegno.

Il paziente e costante coordinamento di Adriano, Dina, Paolo, Ilaria e altri operatori del centro riesce – non si sa come – a dare a questo turbine un’armonia. E’ lui che ci accompagna per i corridoi e le sale, mentre il rumore del ping pong ci insegue, ora più flebile ora più intenso, raccontandoci una sfida all’ultimo punto. Siamo venuti a trovare Adam, un ragazzo nato in Senegal 24 anni fa e cresciuto in Gambia che ha affrontato una traversata della terra e del mare, approdando tre anni fa in Italia. Lo abbiamo conosciuto in una delle nostre numerose visite al ghetto di Borgo Mezzanone, una baraccopoli sorta nelle campagne in un punto imprecisato della mappa fra Cerignola e Foggia. La chiamano “la Pista”, perché si è espansa intorno alle larghe tracce di una vecchia pista di atterraggio utilizzata durante la guerra in Bosnia. In estate arriva ad ospitare anche quattromila persone, braccia a buon mercato per gli agricoltori locali alle prese con la raccolta del pomodoro. Nella Capitanata si produce quasi la metà della salsa di pomodoro italiana ma, anche se la raccolta meccanizzata è in crescita, restano sacche di lavoro manuale che i braccianti africani o est-europei  sono disposti a compiere in condizioni difficili e con paghe infime, talvolta sotto la regia dei caporali.

Non sappiamo come abbia fatto Adam a sopportare questa vita per tre anni: è così magro che sembra impossibile vederlo strappare piante di pomodoro dal terreno sotto il sole di luglio. Eppure è questa la sua storia, ed era questa la sua vita fino a che non ci siamo incontrati. Era l’estate del 2018 e stavamo avviando un progetto così ambizioso da sfiorare la follia: la creazione di un’Orchestra dei Braccianti capace di raccontare il dramma del caporalato con un linguaggio diverso, quello della musica. Un progetto che sarebbe diventato, nei nostri intenti, la leva per lo sviluppo dei talenti di persone che vivevano ai bordi del mondo che conosciamo, e un trampolino per l’uscita da questo stato di emarginazione. Adam ha dimostrato subito una sconfinata passione per il rap e una vivida fantasia che, una volta uscito dal ghetto e trasferito a Roma, è esplosa come una supernova. Ricordiamo come fosse ieri quando diceva: “Il ghetto non va bene per fare musica. Qui la testa pensa solo ai problemi, al fatto che non hai niente e che vivi solo per procurarti da mangiare”.

Quel momento sembra distante un secolo adesso che, dopo aver attivato un tirocinio in collaborazione con il Cies attraverso il nostro progetto IN CAMPO! Senza caporale, siamo qui nella stanzetta di MaTeMù. Adam si volta al nostro arrivo con un bagliore nello sguardo che ci trafigge. Nessuna parola al mondo potrebbe raccontare meglio di quello sguardo quanto si senta a casa in quel momento. Certo, il cammino è ancora lungo per trovare una stabilità definitiva, ma usciamo da questa giornata in un vortice di emozioni positive che ci porteremo dietro per molto tempo.

***

Questo è il racconto di un giovedì 4 marzo in cui ancora nessuno immaginava che una pandemia globale fermasse il motore della società. Poi è successo e abbiamo dovuto adattarci, con la speranza di poterci buttare tutto alle spalle il prima possibile e veder tornare Adam – oggi chiuso in casa, anche se una casa vera – alle sue rime. Ci piace quindi rilanciare questo messaggio di Luca, voce degli Assalti frontali e maestro della scuola di rap, che dedica un momento di improvvisazione a tutta la sua “crew” del centro giovani. Si intitola “MaTeMù rap resiste”. E non poteva essere altrimenti.

 

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