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Di Fabio Ciconte per Il Fatto Quotidiano dell’11/05/2020

 

L’odore acre di bruciato si diffonde rapidamente, le urla che arrivano da fuori sono il segnale che qualcosa non va. Quando Mbaye apre gli occhi, capisce immediatamente che non ha molto tempo e si precipita fuori, soccorso dai vicini.

Bastano pochi attimi e le fiamme illuminano la notte, avvolgendo completamente quella che è casa sua, una baracca in legno e lamiera nel ghetto di Borgo Mezzanone, in Puglia.

Siamo agli inizi di febbraio, il freddo entra nelle ossa e la pandemia deve ancora fare il suo corso in Italia.

L’incendio che ha completamente distrutto la baracca di Mbaye è l’ultimo di una lunga serie. Basta un niente, un cortocircuito del fornello elettrico, un fuoco accesso nella baracca a fianco, perché una casa sparisca portando via, quando va bene, tutti gli effetti personali di chi ci abita.

Quella di Mbaye è la storia delle tante persone che abitano nei ghetti della Puglia, nelle tendopoli calabresi o nelle strutture di fortuna in Piemonte. Storie di donne e di uomini costretti a vivere in situazioni spesso inumane e degradanti.

Parliamo di quegli insediamenti informali dove le condizioni igienico-sanitarie sono da sempre precarie e lo diventano ancor di più oggi nel pieno di una pandemia che ha sconvolto le nostre vite.

Ognuno di noi ha passato le ultime settimane dentro casa, ci siamo abituati a lavarci le mani sempre più spesso, a indossare le mascherine, a metterci ordinatamente in fila aspettando il nostro turno al supermercato.

Soprattutto ci siamo dovuti abituare al distanziamento sociale, a stare lontani dai nostri affetti.

Tutto questo, in un ghetto, tra le pareti di lamiera di una baracca, tra le mura decrepite di una vecchia masseria abbandonata, semplicemente non è applicabile. Anzi, l’invito a restare a casa, può addirittura avere l’effetto opposto, aumentare il rischio di contagio. Perché le case sono spesso le baracche dove vivono in sette, otto persone, dove non c’è un bagno o un lavandino dove lavarsi le mani, né una lavatrice dove lavare i panni.

Nasce da questa consapevolezza l’appello che, ormai più di 40 giorni fa, abbiamo lanciato al Governo per chiedere di intervenire urgentemente per salvaguardare la fragilità di queste persone. L’appello, promosso dall’associazione ambientalista Terra! e dalla Flai-Cgil Nazionale ha raccolto l’adesione di tanti: dall’elemosiniere del Papa a Luigi Manconi, da Intersos alla Caritas. Realtà e personalità a vario titolo impegnate da anni nella difesa delle persone con fragilità che hanno posto una questione urgente al Governo, chiedendo di regolarizzare gli uomini e le donne costretti in queste situazioni e che spesso lavorano come braccianti nei campi, garantendo l’approvvigionamento della catena agroalimentare.

Dall’appello del 20 marzo a oggi, il dibattito politico ha preso il sopravvento con diversi esponenti del Governo che a più riprese hanno rilasciato dichiarazioni a volte contrapposte.

Da una parte i ministri Lamorgese, Teresa Bellanova e Peppe Provenzano dall’altra una parte del movimento cinque stelle, in testa Vito Crimi, che continua ad opporsi a ogni ipotesi di questo tipo.

Ad oggi la situazione sembra però essersi arenata in un dibattito politico che ha poco a che vedere con il destino di migliaia di vite umane.

Lo ripetiamo da settimane, ogni giorno che passa è un giorno di troppo, e il rischio che si sviluppi un focolaio del virus in quei luoghi è da evitare ad ogni costo.

Ma c’è di più. Se le condizioni abitative in cui versano migliaia di braccianti era inaccettabile prima del Covid-19, lo è a maggior ragione oggi.

L’idea che molte di queste persone – per il semplice fatto si essere irregolari nel nostro paese – vengano sfruttate, pagate in nero e gestite da un caporale, era deprecabile prima della pandemia ma oggi emerge in tutta la sua drammaticità.

E allora, quella della regolarizzazione è un’arma che risponde a diverse esigenze: quella umanitaria innanzitutto. Non è tollerabile vivere in un ghetto, dentro una baracca, ne va della dignità della persona che ci abita ma anche della civiltà del paese in cui questo accade, e quindi di tutti noi.

A fronte dell’impegno delle organizzazioni che continuano a operare sul campo – dai sindacati, a Intersos, Medu, Mediterranean Hope, la Caritas – non è pensabile che non ci sia un intervento efficace delle istituzioni, anche garantendo sistemazioni alloggiative adeguate.

Ma soprattutto, non si può dimenticare che la maggior parte di queste persone da anni svolgono un ruolo centrale nella nostra economia: braccianti che lavorano nei campi, nelle serre, che raccolgono asparagi, frutta, che tra qualche settimana dovrebbero iniziare la raccolta del pomodoro nelle campagne pugliesi.

Il settore agricolo sta pagando gli effetti della pandemia: da una parte ha garantito la produzione di cibo nei mesi del lockdown, dall’altra sconta una carenza strutturale di lavoratori stranieri – in particolare rumeni – rimasti bloccati nei loro paesi di origine a causa del Covid-19. Al momento sono serviti a poco i tentativi di aprire il “corridoio verde” che avrebbe permesso ai lavoratori dei paesi membri dei paesi dell’Est Europa, di raggiungere l’Italia in sicurezza.

Così ci troviamo in una situazione in cui la regolarizzazione potrebbe non solo aiutare la filiera agroalimentare, ma garantire un lavoro regolare alle migliaia di braccianti che, altrimenti, dovrebbero farlo sotto ricatto e senza un contratto.

Certo, non sarà la regolarizzazione a risolvere un problema endemico del nostro paese con cui facciamo i conti da anni, ma sarà sicuramente uno strumento importante per spuntare le armi del caporalato.

Un bracciante irregolare ha come unica strada quella di essere sfruttato. Uno regolare ha qualche strumento in più per difendere i propri diritti, a partire dalla possibilità di avere un contratto di lavoro, avere uno stipendio, pagare le tasse, e, perché no, la possibilità di una casa dove poter tornare la sera, dopo essersi spaccato la schiena.

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