Regolarizzazione: ecco perché non ci sorprendono questi numeri

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Dal 1° giugno al 15 agosto sono state circa 207mila le domande di emersione dal lavoro nero e irregolare presentate nell’ambito della procedura di regolarizzazione varata dal Governo con il  “Decreto rilancio”. Di queste solo il 15% provengono dal settore agricolo. Un dato che sarebbe potuto essere decisamente maggiore se solo si fosse agito col coraggio politico necessario.
Il 20 marzo scorso, giorno in cui insieme alla Flai CGIL e a tante realtà della società civile abbiamo inviato la lettera-appello alle istituzioni, attraverso cui chiedevamo di garantire i diritti fondamentali delle persone più colpite dalla pandemia, fra cui i braccianti stranieri che vivono nei ghetti e negli insediamenti informali e che sono esposti a sfruttamento e #caporalato, mediante una procedura di regolarizzazione, sapevamo di aver intrapreso una battaglia difficile, piena di ostacoli, ma abbiamo comunque pensato che fosse giusto portarla avanti per tutte quelle donne e uomini che rappresentano l’anello debole di una filiera disfunzionale, di cui tanto abbiamo raccontato.
Sapevamo di chiedere al Governo di farsi carico della vita di migliaia persone circa che vivono in Italia senza un regolare permesso di soggiorno; donne e uomini che normalmente non possono accedere a cure mediche, a una residenza e a un alloggio sicuro, vittime di ricatto e violenze.
Al netto degli evidenti limiti normativi, eravamo convinti che l’approvazione dell’articolo 103 del Dl Rilancio rappresentasse un primo passo importante a condizioni politiche date.
Tuttavia il testo, così come licenziato dal Consiglio dei Ministri, presentava troppe restrizioni; per questo abbiamo continuato a lavorare chiedendo l’approvazione di alcuni emendamenti che avrebbero potuto nettamente migliorarlo. Tra questi l’allargamento dei settori ammessi alla misura, l’ampliamento della platea dei beneficiari, l’allungamento della finestra per fare domanda. Solo quest’ultima proposta è stata accolta dal governo, seppur parzialmente.
Sul resto, in sede di conversione da decreto a legge, dal Parlamento abbiamo ricevuto solo dinieghi.
Nei giorni che hanno preceduto l’approvazione, la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha più volte dichiarato alla stampa che “non si possono lasciare le persone a vivere come topi nei ghetti”, minacciando di rassegnare le dimissioni se la regolarizzazione non fosse stata approvata.
Ecco, noi pensiamo che per non lasciare le persone nei ghetti quella battaglia sarebbe dovuta andare oltre, accogliendo le proposte di chi, ogni giorno, tenta di promuovere il rispetto dei diritti umani e sociali nell’intrico della giungla normativa di questo Paese. Pensiamo anche che il ministero del Lavoro avrebbe dovuto fissare l’importo degli arretrati a carico dei datori di lavoro intenzionati a regolarizzare. Ma non l’ha fatto.
L’opacità della situazione e l’ambiguità del comportamento dei ministeri più coinvolti – a partire da quello del lavoro – hanno scoraggiato molti richiedenti.
Per questo non ci sorprendiamo di fronte a questi numeri esigui.
Lo avevamo detto prima del provvedimento e lo ribadiamo oggi: non accettiamo vengano fatti accordi al ribasso sulla pelle di migliaia di persone. Bisogna cambiare radicalmente approccio e combatteremo perché questo accada il prima possibile.
Le basi di un nuovo modello di sviluppo sono l’equità e l’ecologia, e un passo necessario verso il cambiamento è proprio restituire dignità e diritti alle donne e agli uomini che, al prezzo di fatica e sofferenze, ci permettono di mettere in tavola il cibo tutti i giorni.

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